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HPV: La vaccinazione viene raccomandata prima dell’ inizio dell’ attività sessuale

Intervista al prof. Sergio Pecorelli, Ordinario Clinica Ostetrica e Ginecologica Università di Brescia, Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA)

1. Recentemente i riflettori sono stati puntati sull’introduzione della vaccinazione HPV per le giovani ragazze, ma qual è la situazione italiana dello screening per le donne italiane?

La vaccinazione viene raccomandata prima dell’inizio dell’attività sessuale per indurre una protezione elevata prima di un eventuale contagio con l’HPV. Per tutte le donne, anche se vaccinate, la prevenzione continua a svolgersi attraverso i programmi di screening organizzato e spontaneo, basati sulla citologia (Pap test) e diffusi su tutto il territorio nazionale a partire dalla metà degli anni Novanta. Tuttavia il livello di adesione delle italiane allo screening è ancora piuttosto basso, stimato intorno al 40%. I dati dell’Osservatorio Nazionale Screening rivelano che nel 2009 sono stati oltre 3.500.000 gli inviti degli screening organizzati e circa 1.400.000 i test di screening effettuati in seguito a tale invito. Questo significa che dobbiamo fare ancora molto per migliorare l’adesione delle donne. Oltre al Pap test, un altro strumento disponibile è il test molecolare o test HPV DNA, che permette di rilevare la presenza dei ceppi di Papillomavirus ad alto rischio oncogeno. Le attuali raccomandazioni ministeriali prevedono l’impiego del test HPV come strumento di secondo livello, da impiegare successivamente al Pap test, nel triage delle diagnosi citologiche borderline e nel follow-up delle pazienti trattate per lesioni precancerose. Date le numerose evidenze cliniche e scientifiche che ne hanno dimostrato l’efficacia, le raccomandazioni hanno consentito l’utilizzo del test HPV nello screening primario in studi sperimentali al fine di valutarne l’effettiva implementazione operativa. Tali studi sono stati avviati a partire dal 2009 e sono ancora in corso in molte regioni.

2. In che cosa consistono i progetti di fattibilità in corso in varie regioni italiane sull’uso del test HPV come strumento di screening primario? Quali sono le regioni coinvolte?

Gli studi di implementazione mettono a confronto il test HPV e il Pap test come strumenti di screening primario all’interno di programmi di screening organizzato. L’obiettivo è quello di valutare l’efficacia operativa e organizzativa di un nuovo approccio, che inverte l’utilizzo di Pap test e test HPV, ovvero introduce il test HPV DNA come test primario e il Pap test come test secondario, di triage. Le regioni attualmente coinvolte sono Abruzzo, Emilia Romagna (Reggio Emilia e Ferrara), Toscana (Firenze), Piemonte (Torino e Ivrea), Trentino Alto Adige (Trento), Lombardia (Valle Camonica), Umbria (Perugia) e Lazio (Roma G) e, di recente avvio, Liguria (Savona). I risultati e le valutazioni che emergeranno saranno fondamentali per valutare l’estensione di questo approccio a livello nazionale e l’eventuale cambiamento delle raccomandazioni ministeriali.

3. A distanza di due anni, quali sono i risultati emersi? Stiamo andando nella direzione di un cambiamento dello screening in Italia?

I primi riscontri emersi dagli studi di implementazione sono positivi ed evidenziano vantaggi organizzativi e di efficacia con l’introduzione del test HPV come strumento primario di screening. Inoltre la possibilità data dal test di allungare gli intervalli dello screening da 3 a 5-7 anni rappresenta un vantaggio, non solo in termini di ottimizzazione dell’uso delle risorse sanitarie, ma anche di maggiore adesione delle donne allo screening. Le valutazioni in corso riguardano molteplici fattori, che comprendono anche gli aspetti di informazione e comunicazione alle donne e agli operatori sanitari coinvolti. Il successo di questo approccio sarà fortemente determinato dalla capacità di fornire tutte le informazioni necessarie a capire questo nuovo strumento e a ottimizzare il suo utilizzo.

4. Il tumore del collo dell’utero è ormai prevenibile, eppure colpisce ancora ogni anno oltre 3.000 donne in Italia. La definitiva eradicazione è davvero possibile?

Sì la definitiva eradicazione è possibile, grazie all’introduzione di programmi di screening organizzato basati sulla citologia (Pap test) il numero dei nuovi casi si è notevolmente ridotto negli ultimi anni e le attuali conoscenze cliniche e scientifiche sul legame tra il Papillomavirus e il tumore del collo dell’utero hanno ulteriormente rivoluzionato lo scenario della prevenzione. Grazie a questa scoperta è stato possibile sviluppare nuovi strumenti di prevenzione, primaria e secondaria, come i vaccini e il test HPV per la rilevazione del Papillomavirus ad alto rischio. La strada da percorrere è ancora lunga e nei prossimi anni continueremo lungo il percorso intrapreso, con l’obiettivo di abbattere sempre più significativamente il numero di nuovi casi di tumore fino a che non riusciremo a eradicarlo completamente.