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UROLOGI TERRITORIALI SIUT, AMBULATORI SONO SICURI E ACCESSIBILI ANCHE IN EPOCA CORONAVIRUS COVID-19

“L’urologo del territorio può rappresentare la chiave di volta per la gestione di patologie sia croniche che oncologiche. Deve essere però inserito in un percorso strutturato e condiviso, con gli altri specialisti e i medici di famiglia, per poter così assistere al meglio i pazienti durante questa complessa fase della pandemia. Il territorio, cioè le ASL, deve tornare ad essere la risposta primaria alla domanda sanitaria che viene da una popolazione spesso troppo intimorita per recarsi in un ospedale”. 
 
E’ questo l’appello lanciato oggi durante l’ultima giornata del decimo Congresso Nazionale della Società Italiana Urologia Territoriale (SIUT). L’evento si svolge on line e una intera sessione è dedicata proprio al confronto tra gli specialisti sulle numerose situazioni critiche determinate dal Covid-19.
 
“I nostri ambulatori sono presidi sanitari sicuri, accessibili e finora siamo riusciti ad elargire con regolarità le prestazioni sanitarie anche nei momenti più bui e tragici della pandemia – afferma il dott. Corrado Franzese, Presidente Nazionale SIUT -. Due terzi dei malati che vediamo nelle ASL sono colpiti da patologie croniche e per loro l’assistenza è proseguita. Abbiamo però dovuto dimezzare il numero delle visite e scaglionare gli ingressi per evitare pericolosi assembramenti. I pazienti più gravi, come quelli oncologici, sono invece stati assistiti per lo più a domicilio. Il Coronavirus ci ha insegnato che la gestione di un problema sanitario complesso può avvenire solo attraverso un forte coordinamento tra gli attori coinvolti. Stiamo invece riscontrando profonde fratture tra l’organizzazione sanitaria ospedaliera e quella territoriale. I pazienti ci sono stati affidati quasi sempre dal medico di famiglia senza una vera organizzazione strutturale con gli ospedali. Le criticità maggiori sono state registrate nelle zone più colpite dal Coronavirus dove vi è stata una fuga dalle grandi strutture sanitarie per paura di possibili contagi. L’emergenza ora tornata con la seconda ondata ci impone di riorganizzare i percorsi d’assistenza soprattutto quelli inerenti ad alcuni tumori molto diffusi. L’ambulatorio urologico può e deve tornare a prendersi in carico il paziente dopo la diagnosi e l’intervento terapeutico”. 
 
Al congresso nazionale della SIUT sono inoltre presentati i primi risultati di un sondaggio tra i membri del direttivo SIUT sulla gestione del carcinoma prostatico da parte dell’urologo territoriale. I dati sono stati raccolti nel secondo semestre del 2019 e quindi alla vigilia della pandemia. Il 75% dei casi sono stati gestiti in sinergia con il centro oncologico di riferimento. Solo un paziente su quattro ha effettuato esami di follow up con cadenza mensile e semestrale mentre gli altri sono stati controllati ogni tre mesi. Emerge anche una certa predilezione, da parte dei pazienti e degli specialisti, all’utilizzo di terapie ormonali a lungo termine trimestrali o semestrali. Queste formulazioni sono state prescritte da sei medici su dieci e sono preferite dal 75% dei malati.
 
“Si tratta di dati preliminari ma che dimostrano chiaramente come anche dal territorio si possa garantire l’assistenza oncologica – prosegue Franzese -. Il ricorso a terapie a lunga azione potrà nei prossimi mesi essere sempre più necessario per limitare ulteriormente gli accessi agli ospedali. Sono oltre 564mila gli italiani che vivono dopo una diagnosi di tumore della prostata e che quindi necessitano di assistenza. Siamo pronti a fare la nostra parte e ad alleggerire il carico di lavoro che grava sugli ospedali”.
 
La SIUT è una Società Scientifica attiva fin dal 2006 e rappresenta gli oltre 350 urologi territoriali. E’ nata dall’esigenza di instaurare un coordinamento tra gli urologi ambulatoriali del territorio che, in sinergia con i medici di medicina generale, rappresentano l’avamposto dei cittadini con problematiche uro-andrologiche e sessuologiche. 
 
“Due terzi dei nostri pazienti soffre solitamente anche di disfunzione erettile – aggiunge Franzese -. Da marzo ad oggi abbiamo assistito ad un forte calo di richiesta di interventi terapeutici e si tratta di uno dei tanti effetti indiretti provocati dal Coronavirus. Tuttavia il disturbo non deve essere banalizzato o sottovalutato in quanto rappresenta spesso la spia di altri più gravi problemi di salute. Lo stesso vale per le patologie croniche come l’ipertrofia prostatica benigna, malattia in forte aumento e che troppo spesso il paziente cura in modo autonomo e senza rivolgersi allo specialista. Il rischio è quello di peggiorare la situazione fino all’insorgenza della neoplasia. Il monitoraggio costante dei pazienti deve proseguire nonostante il periodo difficile che stiamo tutti quanti vivendo. Durante le primissime settimane dalla pandemia, nelle provincie più colpite, le cure e le diagnosi delle malattie urologiche croniche spesso si sono interrotte. Il pericolo concreto è che nei prossimi mesi e anni assisteremo ad un peggioramento generale delle condizioni di salute di milioni di uomini e donne. Anche per questo siamo convinti che la rete delle urologie territoriali vada rafforzata e implementata su tutto il territorio nazionale”.
 
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