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Unire le forze per sconfiggere l’HIV

Un’ampia alleanza tra ospedali, laboratori, medici sul territorio e pazienti potrà un giorno sconfiggere il virus HIV all’origine della sindrome da immunodeficienza acquisita. Il gruppo svizzero che studia la coorte HIV, che dal 1988 ad oggi ha incluso oltre 20'000 pazienti con questa infezione, è un esempio di questa collaborazione stretta fra diversi attori del mondo sanitario.

Il gruppo ha appena pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications un nuovo studio dedicato a uno dei problemi principali che impedisce l'eradicazione del virus, ovvero la persistenza di un serbatoio del virus nelle cellule infette, malgrado le terapie antiretrovirali efficaci di cui disponiamo oggi. Lo studio consente oggi una migliore comprensione di questi meccanismi. Tra gli autori della ricerca figura anche il professor Enos Bernasconi, viceprimario del Servizio di Malattie Infettive dell’Ospedale Regionale di Lugano.

Nonostante l’efficacia delle terapie, la presenza del virus continua a persistere in una sorta di serbatoio nelle cellule infette. Questo serbatoio è dinamico, ovvero muta nel tempo, e ci si potrebbe attendere che, a poco a poco, le cellule infette muoiano, consentendo l’eradicazione del virus. Invece, in alcuni pazienti si continua a rilevare una piccola quantità di virus nel sangue, un fattore che potrebbe contribuire al mantenimento del serbatoio virale.

Per lo studio sono stati coinvolti 1’057 partecipanti sotto terapia antiretrovirale per un periodo mediano di oltre 5 anni. Si è potuto mediamente osservare una diminuzione del serbatoio virale nella popolazione studiata, ma nel 27% degli individui il serbatoio è risultato in aumento nel corso degli anni. I fattori che hanno mostrato una chiara associazione con una diminuzione più lenta o addirittura con un aumento del serbatoio sono la persistenza della viremia (quantità di virus nel sangue), anche se a bassissimi livelli, così come i cosiddetti blips, ossia la presenza intermittente di piccole quantità di virus nel sangue. Anche fattori come l'etnia, la viremia prima del trattamento e l’inizio rapido della terapia nel primo anno dell'infezione agiscono sulla dimensione del serbatoio, ma questi fattori non influiscono in modo sostanziale sulla sua dinamica nel medio/lungo termine.

In base ai risultati della ricerca, si può affermare che occorre intervenire più efficacemente sulla viremia HIV a basso livello e sui blips per meglio controllare l'infezione e ottenere una diminuzione progressiva del serbatoio. Le strategie per una cura definitiva dell'HIV potrebbero senza dubbio avere maggior successo se il serbatoio virale residuo fosse molto piccolo.

Allo studio svizzero della coorte HIV – il maggiore studio di questo tipo al mondo – partecipano gli ospedali universitari svizzeri, quelli di San Gallo e di Lugano, con ampie collaborazioni con altri ospedali e medici privati. Dal 1988, questo studio posto sotto l’egida del Fondo Nazionale per la Ricerca Scientifica ha incluso oltre 20’000 pazienti con infezione HIV. Ciò ha permesso di studiare la storia naturale del virus, le complicazioni opportunistiche e la terapia antiretrovirale che negli ultimi anni ha consentito un controllo ottimale dell'infezione. Oggi, le persone con l'infezione possono condurre una vita normale. Se trattate efficacemente non sono più contagiose e la loro speranza di vita è praticamente la medesima di coloro che non sono infetti.

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