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Un ‘termometro’ del rischio per le persone con diabete 1 per dosare meglio la forza degli interventi correttivi

L’aspettativa di vita delle persone con diabete mellito di tipo 1 rispetto alla popolazione non diabetica è andata progressivamente migliorando. Tuttavia, due studi pubblicati quest’anno su ‘Diabetologia’, rivista ufficiale dell’EASD, indicano che l’aspettativa di vita dei pazienti con diabete mellito tipo 1 risulta ancora oggi inferiore di 10-12 anni rispetto a quella della popolazione generale, nonostante i progressi della terapia insulinica e dei sistemi di controllo della glicemia.

Disporre di strumenti capaci di predire il rischio di eventi vascolari e quindi di mortalità nei pazienti con diabete tipo 1 potrebbe rendere più efficaci le misure preventive e ridurre il peso delle complicanze della malattia. Sulla base dei dati dello studio EURODIAB, un’ampia indagine epidemiologica condotta in pazienti con diabete tipo 1 in diversi paesi europei, è stato messo a punto un modello di predizione del rischio cardiovascolare basato su parametri semplici quali età, emoglobina glicata, albuminuria, livelli di colesterolo HDL e circonferenza alla vita. Con questi semplici elementi è possibile definire per ciascun individuo un livello di rischio basso, intermedio o elevato.

“Questo modello – spiega la dottoressa Monia Garofolo, U.O. di Malattie Metaboliche e Diabetologia, Centro Regionale di Riferimento del Diabete Mellito in Età Adulta, Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Università di Pisa – è stato verificato in 774 pazienti con diabete tipo 1 relativamente giovani, con lunga durata di malattia e discreto controllo glicemico. E’ risultato che 6 individui su 10 avevano un basso rischio cardiovascolare, 3 su 10 un rischio intermedio e almeno 1 su 10 un rischio elevato. La probabilità che si manifesti un evento cardiovascolare nel corso di 10 anni, è risultata diversa nelle varie categorie di rischio, passando dal 5% nei soggetti a basso rischio ad oltre il 30% in quelli ad alto rischio. I soggetti con rischio intermedio o alto non solo avevano livelli più elevati di pressione arteriosa, colesterolo e trigliceridi, ma anche una maggior frequenza di complicanze retiniche e renali. I soggetti appartenenti alle categorie di rischio più elevate infine presentavano anche un aumento della mortalità per tutte le cause a 10 anni”. 

Questo modello di predizione, che utilizza caratteristiche cliniche facilmente accessibili, consente di individuare, tra i pazienti con diabete tipo 1, quelli con a rischio più elevato. Questo modello, facilmente applicabile nel singolo paziente con diabete tipo 1, potrebbe essere utilizzato nella pratica clinica per valutare il rischio individuale di complicanze micro- e macrovascolari, per modulare in questo modo l’intensità degli interventi correttivi sui fattori di rischio e delle strategie di cura, informarne i pazienti e personalizzare gli interventi terapeutici. Tutto questo potrebbe migliorare la prognosi globale e la qualità di vita delle persone con diabete di tipo 1.

“Questi studi aprono nuovi prospettive sulla possibilità di predire lo sviluppo del diabete tipo 1 utilizzando parametri clinici comuni – commenta il professor Giorgio Sesti, presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) – e di identificare soggetti con diabete tipo 1 a rischio di complicanze microvascolari e cardiovascolari. E’ molto significativo che studi con rilevanti ricadute cliniche siano condotti da giovani ricercatori della SID”.

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