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TUMORE ALLA PROSTATA, LE NOVITA’ TERAPEUTICHE DAL CONGRESSO ESMO

«Stiamo vivendo un periodo senza precedenti riguardo alle prospettive terapeutiche per il tumore alla prostata, grazie all'approvazione di diversi agenti farmacologici che hanno dimostrato un impatto positivo significativo sulla sopravvivenza».

Esordisce così, commentando gli studi presentati in occasione del congresso ESMO 2014, Marcello Tucci, Dirigente medico di primo livello, SCDU di oncologia medica, AOU San Luigi di Orbassano (TO), uno dei massimi esperti italiani su questa patologia, che rappresenta la seconda causa di morte a livello nazionale.

Il tumore alla prostata è una neoplasia ormono-dipendente, la cui crescita e progressione dipende dai livelli di androgeni. La terapia ormonale, la cosiddetta deprivazione androgenica, rimane un cardine fondamentale nel trattamento, soprattutto per i pazienti metastatici. Tuttavia, nonostante l’ottima risposta alla terapia, la maggior parte dei pazienti diventa resistente all’ormono-terapia standard ed entra nella fase della malattia "resistente alla castrazione". Fino a pochi anni or sono, quando il paziente arrivava a questo stadio, l'unico trattamento, efficace sulla sopravvivenza era la chemioterapia con docetaxel. Oggi il bagaglio terapeutico si è notevolmente ampliato. Abiraterone (un potente inibitore di un enzima chiave nella sintesi degli androgeni) ed enzalutamide (in grado di legarsi ed inibire il recettore androgenico, impedirne la sua traslocazione fino al nucleo, e di bloccare la sua interazione con il DNA) aumentano la sopravvivenza globale sia in pazienti con tumore resistente alla castrazione già trattato con chemioterapia, sia in malati non ancora trattati con docetaxel.  In soggetti con malattia resistente alla castrazione metastatica, asintomatici o lievemente sintomatici, non ancora trattati con chemioterapia, l’associazione di abiraterone più prednisone ha permesso di ottenere un incremento significativo della sopravvivenza rispetto al solo prednisone, con una mediana di sopravvivenza di 34,7 mesi versus 30,3 mesi, e una corrispondente riduzione del rischio di morte del 19%.

Risultati in linea con quelli recentemente pubblicati sul New Engliand Journal of Medicine, che hanno dimostrato come il trattamento con enzalutamide riduca il rischio di morte del 29% e quello di progressione radiologica dell'81% rispetto al placebo su pazienti con cancro prostatico metastatico resistenti alla castrazione, asintomatici o lievemente sintomatici, in progressione alla terapia di deprivazione androgenica, e non ancora trattati con chemioterapia.  «Novità anche sul trattamento della malattia ancora ormono-sensibile - continua Tucci - perché per la prima volta si è dimostrato che la chemioterapia è efficace come somministrazione concomitante all’ormonoterapia e non come somministrazione successiva». La scoperta di molecole innovative ed efficaci ha cambiato lo scenario di questo trattamento non solo in termini di impatto sulla sopravvivenza ma anche in termini di profilo di tossicità, che spesso è trascurabile. «Soprattutto i nuovi agenti ormonali hanno prodotto un profilo di effetti collaterali accettabile anche in pazienti che non possono essere sottoposti a chemioterapia» conclude Tucci. «In particolare enzalutamide può essere usato anche in pazienti cardiopatici, non richiede un monitoraggio strettissimo del paziente, ed è un farmaco adeguato anche per malati con bassa compliance, perché può essere somministrato indipendentemente dai pasti».  La sfida sarà quella di comprendere come combinare i nuovi e i "vecchi" agenti per cercare la sequenza terapeutica più efficace per ciascun paziente.

Paola Gregori

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