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Test genetici, l’impegno di AIOM per garantire uniformità di accesso. Intervista al presidente C. Pinto

Intervista a Carmine Pinto Presidente Nazionale AIOM – Associazione Italiana di Oncologia Medica

In oncologia si parla sempre più spesso di “diritto di gene” e accesso ai test molecolari per la caratterizzazione del tumore. Oggi che garanzia ha un paziente di ricevere una diagnosi e una terapia appropriate per la specifica forma di tumore da cui è colpito?

Per garantire l’accesso dei pazienti ai test bio-molecolari richiesti per l’utilizzo in clinica di farmaci a bersaglio molecolare già registrati dalla nostra Agenzia Regolatoria Nazionale (AIFA), l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e la Società Italiana di Anatomia Patologica (SIAPEC-IAP) da circa 10 anni sono impegnate nella formazione, nella produzione di raccomandazioni cliniche e metodologiche e in programmi di periodici controlli di qualità nazionali dei laboratori per ottenere test validati e effettuati con tempistiche e metodologia adeguate. In questi anni, per i diversi test richiesti per uso clinico e previsti dal regolatorio, hanno superato il controllo di qualità dai 60 ai 90 laboratori distribuiti sull’intero territorio nazionale, il cui elenco è pubblicato sui siti delle Società Scientifiche. Si tratta di uno dei programmi di più ampio respiro, ben riconosciuto a livello europeo.

Che differenze ci sono oggi tra le varie Regioni per quanto riguarda il percorso diagnostico, in particolare per la mutazione ALK?

In alcune aree del nostro Paese permangono ancora criticità di tipo organizzativo e di tipo tecnico, dovute principalmente all’assenza di Reti oncologiche regionali funzionanti e di percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali (PDTA) strutturati, che assicurino in tempi certi e con adeguata qualità le risultanze richieste, da cui chiaramente ne deriva una difficoltà di accesso a farmaci target, come nel caso degli ALK-inibitori. Tutto questo potrà essere superato dall’organizzazione in rete, che consente da una parte il migliore utilizzo delle risorse professionali, tecnologiche ed economiche, e dall’altra garantisce a tutti i pazienti l’accesso ai migliori e riconosciuti processi di diagnosi e di cura.

Cosa si dovrebbe sempre assicurare a un paziente a cui è stata fatta una diagnosi di tumore del polmone non a piccole cellule?

Direi che va sempre assicurata in tempi ragionevoli la disponibilità di un campionamento adeguato di tessuto neoplastico, la possibilità di disporre di laboratori validati dove eseguire i test, e quindi la scelta del miglior trattamento sulla base della caratterizzazione bio-molecolare.

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