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Speranza di vita: 80,6 anni per gli uomini e 84,9 anni per le donne

Al 2017, dai dati provvisori, la speranza di vita alla nascita è pari a 80,6 anni per gli uomini e 84,9 anni per le donne. Nei 5 anni trascorsi dal 2013 al 2017, gli uomini hanno guadagnato 0,8 anni, mentre le donne 0,3 anni. Come ormai è evidente da alcuni anni, le differenze di genere si stanno sempre più riducendo anche se la sopravvivenza è ancora a favore delle donne (+4,3 anni nel 2017 vs +4,8 anni nel 2013).

Sia per gli uomini che per le donne è la PA di Trento a godere della maggiore longevità (81,6 anni e 86,3 anni, rispettivamente). La Campania, invece, è la regione dove la speranza di vita alla nascita è più bassa (78,9 anni per gli uomini e 83,3 anni per le donne).

Sono questi alcuni dei dati che emergono dalla XV edizione del Rapporto Osservasalute (2017), un'approfondita analisi dello stato di salute della popolazione e della qualità dell'assistenza sanitaria nelle Regioni italiane, presentata a Roma. Pubblicato dall'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che ha sede a Roma presso l'Università Cattolica, e coordinato dal Professor Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Direttore dell’Osservatorio e Ordinario di Igiene all’Università Cattolica, e dal dottor Alessandro Solipaca, Direttore Scientifico dell’Osservatorio, il Rapporto (603 pagine) è frutto del lavoro di 197 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso Università e numerose istituzioni pubbliche nazionali, regionali e aziendali (Ministero della Salute, Istat, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale Tumori, Istituto Italiano di Medicina Sociale, Agenzia Italiana del Farmaco, Aziende Ospedaliere e Aziende Sanitarie, Osservatori Epidemiologici Regionali, Agenzie Regionali e Provinciali di Sanità Pubblica, Assessorati Regionali e Provinciali alla Salute).

L’Italia è da tempo tra i Paesi più longevi d’Europa e del mondo. Secondo gli ultimi dati disponibili, da fonte dell’Ufficio Statistico dell’Unione Europea del 2015, il nostro Paese si colloca al secondo posto dopo la Svezia per la più elevata speranza di vita alla nascita per gli uomini (80,3 anni) e al terzo posto dopo Francia e Spagna per le donne (84,9 anni), a fronte di una media dei Paesi dell’Unione Europea (UE) pari, rispettivamente, a 77,9 anni e 83,3 anni.

Per gli uomini a 65 anni, la vita media attesa nell’UE è di 17,9 anni, ma nel nostro Paese ci si può attendere di vivere in media un anno in più (18,9 anni). Anche per le donne, la vita attesa a 65 anni in Italia supera di 1 anno la media che si registra nell’UE (22,2 anni vs 21,2 anni), al terzo posto dopo Francia (23,5 anni) e Spagna (23,0 anni).

L’Italia presenta inoltre un livello di mortalità complessiva tra i più bassi in Europa (in linea con quelli di Francia e Spagna) e inferiore alla media dell’EU-28, sia negli uomini (1.079 decessi ogni 100.000 residenti vs 1.254 decessi ogni 100.000 residenti) che nelle donne (699 per 100.000 vs 818 per 100.000).

Si conferma il dato, evidenziato per la prima volta negli ultimi decenni nella scorsa edizione del Rapporto, sulla diminuzione della popolazione residente. Tale diminuzione è dovuta in gran parte al saldo negativo della dinamica naturale (nascite e decessi) e alle cospicue cancellazioni imputabili, in parte, ancora al riallineamento Anagrafe-Censimento. Il numero medio di figli per donna per il complesso delle residenti è, nel 2015, pari a 1,35 figli per donna (per le italiane 1,27 figli per donna, per le straniere 1,94 figli per donna), in calo rispetto all’anno precedente (era 1,37). Si conferma anche quest’anno la tendenza alla posticipazione delle nascite, tanto che l’età media al parto delle residenti giunge 31,7 anni ((italiane: 32,3 anni; straniere 28,7 anni)). Poco meno di un nato ogni cinque ha la madre con cittadinanza straniera, con un picco di quasi un nato su tre in Emilia-Romagna.

Continuano a crescere igiovani anziani”, anche tra gli stranieri residenti (ossia i 65-74enni): sono poco meno di 6,6 milioni e rappresentano il 10,9% della popolazione residente (nello scorso rapporto erano pari al 10,8% della popolazione residente). In altri termini oltre un residente su dieci ha un’età compresa tra i 65-74 anni. I valori regionali variano da un minimo della PA di Bolzano (9,5%) e della Campania (9,6%) a un massimo di 12,7% della Liguria.

Il peso relativo dei 65-74enni sul totale della popolazione varia sensibilmente se si considera la cittadinanza: i 65-74enni rappresentano l’11,6% della popolazione residente con cittadinanza italiana vs il 2,7% registrato per gli stranieri (questo dato lo scorso anno era pari a 2,4%; in un solo anno, quindi, si registra l’aumento della componente di giovani anziani stranieri, segnale che anche il segmento di popolazione straniera è interessato dal processo di invecchiamento).

Stabile la quota degli “anziani” (75-84 anni): sono oltre 4,8 milioni e rappresentano l’8,0% del totale della popolazione. Anche in questo caso, è possibile notare delle differenze geografiche: in Liguria, dove rispetto alle altre regioni la struttura per età è più sbilanciata verso le classi di età più avanzata, tale contingente rappresenta ben il 10,7% del totale, mentre in Campania è “solo” il 6,2%. Le differenze nella struttura per età della popolazione per cittadinanza risultano, in questo caso, ancora più marcate: gli “anziani” sono l’8,7% degli italiani vs lo 0,9% dei residenti stranieri.

Praticamente stabili pure i “grandi vecchi”: la popolazione dei “grandi vecchi” è pari a quasi 2 milioni che corrisponde al 3,4% del totale della popolazione residente (l’anno precedente erano pari al 3,3% del totale della popolazione residente). Anche tale indicatore mostra i valori maggiori in Liguria (5%) e i valori minori in Campania (2,4%).

La quota di popolazione straniera, in questa fascia di età, è del tutto irrisoria ed è rappresentata solo dallo 0,2% rispetto alla quota di cittadinanza italiana che è il 3,7%.

Le donne restano la maggioranza: si registra, anche per questa edizione, l’aumento del peso della componente femminile sul totale dei residenti all’aumentare dell’età: la quota di donne è del 52,9% tra i giovani anziani, sale a 57,3% tra gli anziani e arriva al 68,1% tra i grandi vecchi. Si noti che, sebbene le donne rappresentino la maggioranza degli anziani in tutte le classi di età considerate (specie al crescere dell’età), la componente maschile negli ultimi anni ha recuperato, seppur lentamente, tale svantaggio, grazie alla riduzione dei differenziali di mortalità per genere.

Continua il calo degli ultracentenari – Anche in questa edizione del Rapporto si assiste a una lieve diminuzione della popolazione ultracentenaria, imputabile sia all’eccesso di mortalità che ha caratterizzato il 2015 (che ha colpito gli ultracentenari e le coorti prossime al superamento dei 100 anni di età), sia all’esiguità strutturale delle coorti interessate al fenomeno in quanto nate negli anni della Prima Guerra Mondiale. Al 1 gennaio 2017 poco meno di tre residenti su 10.000 hanno 100 anni e oltre. In questo segmento di popolazione le donne sono estremamente più numerose.

Tanti gli italiani non autosufficienti tra gli anziani - Analizzando il fenomeno delle limitazioni nelle classi di età anziane, è stato osservato che tra gli ultra-sessantacinquenni l’11,2% ha molta difficoltà o non è in grado di svolgere le attività quotidiane di cura della persona senza ricevere

 

alcun aiuto, quali mangiare da soli anche tagliando il cibo, sdraiarsi e alzarsi dal letto o sedersi e alzarsi da una sedia, vestirsi e spogliarsi, usare i servizi igienici e fare il bagno o la doccia. Le quote di persone non autonome in queste attività si attestano al 3,2% tra gli anziani di 65-74 anni, al 12% tra quelli nella classe di età 75-84 e al 36,2% tra gli ultraottantacinquenni.

Ben il 30,3% degli ultrasessantacinquenni ha molta difficoltà o non è in grado di usare il telefono, prendere le medicine e gestire le risorse economiche preparare i pasti, fare la spesa e svolgere attività domestiche leggere, svolgere occasionalmente attività domestiche pesanti. Tali prevalenze si attestano al 13% nella classe di età 65-74 anni, al 38% per gli anziani tra i 75-84 anni e al 69,8% tra gli ultra ottantacinquenni. Da ciò si evince una richiesta di aiuto e una difficoltà di gestione della quotidianità. Le reti di relazioni che si sviluppano intorno ad una persona potrebbero, in qualche modo, affiancare le persone con limitazioni nella gestione della quotidianità.

La problematica è destinata a riguardare sempre più anziani, sostiene il dottor Solipaca: le proiezioni per il 2028 indicano, infatti, che tra gli ultrassesantacinquenni le persone non in grado di svolgere le attività quotidiane per la cura di se stessi (dal lavarsi al mangiare) saranno circa 1,6 milioni (100 mila in più rispetto a oggi), mentre quelle con problemi di autonomia (preparare i pasti, gestire le medicine e le attività domestiche, ecc.) arriveranno a 4,7 milioni (700 mila in più), solo considerando il trend demografico di invecchiamento e gli attuali tassi di disabilità, ma i dati potrebbero rappresentare una sottostima del problema.

“Ci troveremo di fronte a seri problemi per garantire un’adeguata assistenza agli anziani – avverte il dottor Solipaca - in particolare quelli con limitazioni funzionali (che non sono autonomi), perché la rete degli aiuti familiari si va assottigliando a causa della bassissima natalità che affligge il nostro Paese da anni e della precarietà dell’attuale mondo del lavoro che non offre tutele ai familiari caregiver”.

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