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Scoperto un ‘termometro’ della salute del pancreas

Individuare nuovi biomarcatori che consentano di fare una diagnosi precoce di diabete è importante per motivare ulteriormente le persone più a rischio ad adottare un corretto stile di vita e un percorso di cura volto a rallentare la comparsa dei sintomi e la distruzione delle cellule pancreatiche, specialmente se il soggetto è in giovane età. E anche l’impatto sociale, economico e sanitario del diabete rende urgente e indispensabile la ricerca di percorsi organizzativi in grado di minimizzare il più possibile l’incidenza degli eventi acuti o delle complicanze invalidanti, che comportano costi elevatissimi, sia diretti che indiretti.

“Da alcuni anni – spiega il dottor Roberto Lupi, Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Università di Pisa – nel nostro laboratorio, stiamo portando avanti studi su un ormone scoperto nel 2012,  la betatrofina, che sta attirando l’attenzione sia come biomarcatore precoce di malattia, ma forse anche come molecola per la cura del diabete mellito, sia tipo 1 che 2, poiché potenzialmente in grado di stimolare la formazione di nuove cellule produttrici di insulina”.

Lo studio dei ricercatori pisani, presentato al 52° Congresso Annuale EASD di Monaco ha arruolato 24 soggetti non diabetici, 22 diabetici tipo 1 e 15 pazienti trapiantati di pancreas, nei quali sono stati misurati i livelli plasmatici di betatrofina. “I livelli di quest’ormone – spiega Lupi – sono risultati correlati positivamente con le concentrazioni di C-peptide e questo suggerisce un possibile ruolo della betatrofina come biomarcatore della funzionalità pancreatica.  A riprova di ciò, è stata osservata anche la normalizzazione dei valori di betatrofina nei pazienti trapiantati di pancreas.  E’ emersa inoltre una correlazione positiva tra livelli di betatrofina e presenza di auto-anticorpi (anti-GAD e anti-IA2) e questo starebbe ad indicare una possibile associazione con l'autoimmunità nel paziente diabetico e indicare un possibile futuro utilizzo, se confermato da ulteriori studi, della molecola come marcatore per la diagnosi del diabete tipo 1”.

La betatrofina è un ormone prodotto nell’uomo dal fegato nell’uomo e forse anche dal tessuto adiposo. Il suo ruolo fisiologico è quello di potenziare l’attività dell’insulina a livello dei tessuti periferici.  Studi condotti su modelli animali suggeriscono che la betatrofina è in grado di indurre anche la replicazione delle cellule beta-pancreatiche, attraverso meccanismi ancora non noti.

Il diabete mellito, con le sue complicanze, è uno dei maggiori problemi sanitari dei Paesi economicamente evoluti e la sua prevalenza è in continuo aumento, al punto da indurre gli esperti a parlare di epidemia mondiale di diabete. La malattia nei primi anni è spesso asintomatica e non di rado, la diagnosi viene posta in occasione di ricoveri per complicanze già in atto (ad esempio un infarto). Nel corso dell’ultimo decennio le conoscenze sulla patogenesi e la storia naturale del diabete sono cresciute notevolmente per quanto riguarda epidemiologia, predizione, funzione delle cellule beta del pancreas e potenziali nuove forme di immunoterapia per salvaguardare quelle ancora attive al momento della diagnosi.

“Questi dati si inseriscono in un importante area di ricerca sulla prospettiva sulla possibilità di identificare dei biomarcatori della funzione delle beta cellule pancreatiche – commenta il professor Giorgio Sesti, presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) – e di identificare precocemente la malattia. E’ molto importante che studi di rilevanza internazionale siano condotti da giovani ricercatori supportati dalla SID”.

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