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Nobel Medicina 2019, Maio: "Ruolo cruciale dell’ ossigeno nella lotta al cancro"

La lotta al cancro attraverso l’immunoterapia il ruolo dell’ossigeno è cruciale. Gli studi di William Kaelin Jr, Peter Ratcliffe e Gregg Semenza, premiati oggi con il Nobel per la Medicina per gli studi su come la cellula si adatta ai cambiamenti di ossigeno, hanno contribuito a fare luce anche nella cura dei tumori. Studi che in campo oncologico hanno gettato le basi nella comprensione dell’interazione tra malattie e sistema immunitario.

Un Nobel dunque in continuità con quello della scorsa edizione, dove ad essere premiati furono James Allison e Tasuku Honjo che con le loro scoperte hanno spianato la strada all'avvento dell'immunoterapia. “Una delle principali caratteristiche dei tumori -spiega Michele Maio, direttore del Centro di Immuno-Oncologia al Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena e presidente di Fondazione NIBIT- è quella di crescere in un microambiente ipossico, ovvero con basse concentrazioni di ossigeno. Questo rappresenta un ostacolo per il sistema immunitario”. 

Per attaccare il tumore infatti le nostre cellule di difesa hanno bisogno di elevate quantità di ossigeno. L’ambiente in cui la malattia si sviluppa dunque non rappresenta il terreno fertile affinché il sistema immunitario possa agire efficacemente. “Diversi recenti studi -prosegue Maio- hanno dimostrato che l’ipossia nelle cellule tumorali stimola l’espressione di alcuni geni in grado di sopprimere la risposta immunitaria”. 

Di fondamentale importanza dunque è poter identificare in maniera dettagliata tutti i fattori in gioco per correggere quanto avviene in carenza di ossigeno. La principale sfida nella lotta al cancro è aumentare il numero di pazienti che risponde efficacemente all’immunoterapia. Ecco perché agire sul microambiente tumorale rappresenta una delle principali sfide per raggiungere questo obbiettivo. Attualmente i farmaci a disposizione agiscono principalmente su due meccanismi che il tumore mette in atto per spegnere la risposta immunitaria (PD-1 e CTLA-4). “Identificare nuovi attori coinvolti, come quelli indotti dall’ambiente ipossico, potrà darci la possibilità di sviluppare nuovi immunoterapici da abbinare a quelli già sul mercato. In questo modo riusciremo ad aumentare la percentuale di pazienti che riescono a beneficiare dell’immunoterapia” conclude Maio.  

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