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Medicine complementari: sono davvero efficaci?

Da molti anni le cosiddette medicine complementari (chiamate anche ‘non convenzionali’ o alternative), come ad esempio l’agopuntura e l’omeopatia, provano a dimostrare la loro fondatezza e utilità usando i metodi scientifici e i moderni studi clinici. Ora però uno studio afferma che queste cure si dichiarano efficaci e credibili sulla base di un calcolo sbagliato:

 

le prove cliniche effettuate finora dalle medicine complementari non sarebbero, in sostanza, valide. Una circostanza non da poco, visto che alcune di queste pratiche sono impiegate in ospedali pubblici e insegnate in facoltà mediche, e che i loro costi tolgono risorse alle cure della medicina strettamente basata sulla scienza.

Lo studio è stato realizzato da Maurizio Pandolfi, già professore ordinario all’Università di Lund in Svezia, e da Giulia Carreras dell’Istituto per lo Studio e la Prevenzione Oncologica (ISPO) di Firenze, ed è stato pubblicato sulla rivista scientifica European Journal of Internal Medicine.

Attualmente l’efficacia delle cure mediche è valutata grazie a delle procedure standard che mettono a confronto un gruppo di pazienti trattati con la terapia in esame con un gruppo di controllo, che cioè non riceve il trattamento o ne riceve uno diverso. La differenza tra i due gruppi di pazienti viene poi analizzata con calcoli statistici per stabilire se è “significativa”, cioè se è davvero rilevante e concreta. Questa significatività è rappresentata dal valore–P: se P è uguale o inferiore a 0.05, vuol dire che tra i due gruppi c’è una differenza rilevante di trattamento, e quindi che una delle due terapie è più valida dell’altra.


Secondo Pandolfi e Carreras, “il problema delle medicine complementari non sta nel modo con cui esse sono messe alla prova, dato che questi studi clinici sono spesso ben condotti, ma nell’elaborazione statistica dei loro risultati. Infatti, la statistica comunemente usata nella moderna clinica non è adatta a valutare ipotesi di efficacia come quelle delle medicine complementari, che si discostano da principi scientifici riconosciuti: ad esempio, l’omeopatia infrange le leggi della chimica e l’agopuntura presuppone una improbabile energia vitale”. Queste ipotesi, aggiungono gli esperti, “sono tali da far perdere al valore-P il suo potere reale, assieme alla capacità di provare le differenze tra i gruppi allo studio”. Gli autori portano diversi esempi e calcoli matematici “che mostrano chiaramente la relazione inversa tra la credibilità scientifica dell’ipotesi in esame e la probabilità di ottenere valori-P realmente significativi”:

meno l’ipotesi di partenza è credibile, più è probabile che il calcolo risulti sbagliato e giustifichi una pratica medica che non ha validità. Ne consegue, aggiungono Pandolfi e Carreras, “che la significatività statistica fin qui riportata nella letteratura medica a prova dell’efficacia delle medicine complementari risulta indebitamente amplificata e quindi inattendibile: le medicine complementari non possono definirsi basate sulle evidenze, come invece avviene per la medicina ufficiale”.
“Questo studio – commenta Pier Mannuccio Mannucci, direttore scientifico della Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano e redattore capo dell’European Journal of Internal Medicine – stabilisce chiaramente che chi pensa di avvalorare le medicine complementari con i metodi della scienza in realtà sta commettendo un grave errore. Inoltre risulta chiaro che, mancando le evidenze concrete, non potrebbero e non dovrebbero essere proposte come cure complementari, anche se purtroppo alcune di queste pratiche sono attualmente impiegate negli ospedali pubblici e anche insegnate nelle facoltà di medicina”. Un effetto, conclude Mannucci, “che rischia di distogliere fondi e risorse alla medicina seria e ufficiale, l’unica che sia stata scientificamente validata e che abbia una efficacia dimostrata con i dati”.

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