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L' impegno di Amgen in cardiologia

Intervista a Francesco Di Marco, Amministratore Delegato AMGEN

Il tratto distintivo di Amgen è il forte impegno nella Ricerca & Sviluppo, focalizzata su farmaci innovativi per patologie gravi, che costituisce il principale fattore di crescita dell'azienda. La nuova sfida è sviluppare terapie all'avanguardia anche nel settore cardiovascolare: da dove parte e quali sono gli obiettivi?

Amgen è da 35 anni anni leader mondiale nel settore delle biotecnologie con farmaci altamente innovativi per il trattamento di patologie gravi, grazie a investimenti importanti in R&D. Tanto per dare qualche numero, la nostra Azienda, solo lo scorso anno, ha investito oltre 4 miliardi di dollari in programmi di ricerca, circa il 20% del proprio fatturato. Si tratta di un impegno considerevole che si riflette in una delle pipeline più promettenti del settore con oltre 50 molecole in varie fasi di sviluppo e ben 14 in Fase III. Storicamente Amgen è molto attiva in aree quali l’oncologia, l’immunologia, la nefrologia, l’ematologia, e in tempi più recenti l’osteoporosi, ma la nostra missione principale rimane quella di dare una risposta ai bisogni medici insoddisfatti. Ancora oggi le malattie cardiovascolari sono la principale causa di mortalità in tutto il mondo e, sebbene la scienza abbia fatto passi da gigante, ci sono ancora milioni di pazienti considerati ad alto rischio per i quali non esistono valide alternative terapeutiche. Ne sono un esempio quelli affetti da ipercolesterolemia familiare, sia nella forma omozigote che eterozigote, e i pazienti intolleranti alle statine che non riescono ad abbassare i livelli di colesterolo con i farmaci attualmente disponibili e che grazie a evolocumab, il primo anticorpo monoclonale presentato in Europa,  potranno vedere ridotti i gravi eventi cardiovascolari cui sono esposti. In questo modo, Amgen intende dimostrare che è possibile utilizzare farmaci molto innovativi tenendo conto della sostenibilità anche in aree come la cardiologia, lavorando sulla valutazione dei risparmi derivanti dall’esito su eventi ad alto costo rappresentati da mortalità, ricoveri e riabilitazione. 

 

Il vasto programma di sperimentazione clinica su evolocumab ha coinvolto anche diversi Centri italiani, consentendo l'accesso al farmaco a molti pazienti che non avevano valide opzioni terapeutiche. Quali sono gli investimenti di Amgen in Italia in termini di sperimentazione clinica?

L’Italia rappresenta per noi un Paese di grande interesse. Il focus sui pazienti, l’arricchimento del nostro portafoglio prodotti con farmaci innovativi, l’attenzione al tema della sostenibilità sono solo alcuni elementi del nostro modo di operare in questo settore che, tuttavia, non ci distinguerebbero particolarmente se non fossero completate da una collaborazione strategica con tutti gli attori del sistema salute e in particolare con i centri di eccellenza di cui è ricco il nostro Paese. Solo attraverso questa stretta rete di relazioni siamo in grado di mettere a punto terapie efficaci, riducendo al minimo i tempi dei cicli di produzione migliorando l’efficienza generale. Il caso di evolocumab è emblematico in questo senso: a livello mondiale il farmaco è stato sperimentato su circa 35.000 pazienti in un totale di 22 studi clinici racchiusi nel programma di sviluppo PROFICIO, un acronimo che sta per Program to Reduce LDL-C and Cardiovascular Outcomes Following Inhibition of PCSK9 In Different Populations.

Anche in Italia si è compiuto uno sforzo senza precedenti per cercare di coinvolgere il maggior numero possibile di centri raggiungendo un ampio bacino di pazienti. I numeri sono di assoluto rispetto, con 39 Centri coinvolti, ben distribuiti in tutta la penisola, oltre 600 pazienti e un totale di 10 studi registrativi. Ma al di là dei numeri, il successo di un così vasto programma di sperimentazione sta nella qualità della partnership tra pubblico e privato: da una parte l’Azienda, sebbene “esordiente” in cardiologia, è riuscita ad avviare una collaborazione proficua con un elevato numero di strutture; dall’altra gli sperimentatori italiani, nonostante la lentezza burocratica e le molte 'pastoie', sono riusciti ad attrarre investimenti importanti. Questo, in ultima analisi, è andato a tutto beneficio dei molti pazienti in attesa di un’opzione terapeutica che fino ad oggi non avevano avuto a disposizione.

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