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INFIAMMAZIONE IL VERO ‘KILLER SILENTE’ DELLA PROSTATA

È tutta una questione di infiammazione, considerata il “killer silenzioso” alla base di molte patologie quali le malattie cardiovascolari, i tumori, il diabete, l’obesità, le malattie reumatologiche e molte altro. Oggi anche dell’Iperplasia Prostatica Benigna (IPB), la patologia urologica più frequentemente diagnosticata negli uomini a partite dai 50 anni e che – secondo le stime della Società Italiana di Urologia – nei prossimi dieci anni aumenterà di circa il 55%.

Infatti, in tre pazienti su quattro affetti da IPB è presente una infiammazione cronica che scatena i sintomi e favorisce la progressione della malattia. Proprio come quando ci punge un insetto, prendiamo un batterio o abbiamo una reazione allergica, allo stesso modo quando ad essere sotto attacco è la prostata si scatena un’infiammazione acuta che è il primo meccanismo di difesa che il nostro organismo, tramite il sistema immunitario, mette in atto contro qualsiasi “insulto” estraneo. Però persistendo l’ambiente che la causa, l’infiammazione si cronicizza. Dunque non solo l’infiammazione è all’origine dell’Iperplasia Prostatica Benigna, ma, cronicizzandosi, condiziona pesantemente anche la progressione e l’efficacia delle terapie classiche. Ecco perché la Società Italiana di Urologia ha emanato una nuova Raccomandazione per il trattamento dell’Iperplasia Prostatica Benigna inserendo il riconoscimento dell’infiammazione cronica come target terapeutico da trattare con un farmaco che abbia una dimostrata attività antinfiammatoria prostatico specifica come l’estratto esanico di Serenoa repens. Farmaco che naturalmente dovrà essere prescritto solo dal medico.

Un organo ‘immuno-competente’


La prostata, grazie alla numerosa presenza, al suo interno, di cellule che appartengono al sistema immunitario, quali soprattutto i linfociti T e B, viene riconosciuta come un organo immunocompetente – spiega Vincenzo Mirone, professore Ordinario della Facoltà di medicina e Chirurgia dell’Università Federico II di Napoli e Segretario Generale della Società Italiana di Urologia (SIU) – ed ecco perché qualsiasi danno, interno o esterno, provoca una reazione immunitaria, cioè una reazione infiammatoria di difesa, che, in un primo momento, è di tipo acuto, ma, persistendo il danno patogeno, diventa di tipo cronico. La persistenza di uno stato infiammatorio cronico, a livello prostatico – precisa il prof. Mirone – porta all’infiltrazione sempre maggiore di elementi linfocitari T, all’attivazione di citochine proinfiammatorie e, di conseguenza, alla anomala proliferazione delle cellule prostatiche”. In pratica, si crea un circolo vizioso locale che fa dell’infiammazione uno dei fattori eziopatogenetici dell’IPB, che ne condiziona anche la progressione nel tempo.

 Il peggioramento dei sintomi

A dimostrare lo stretto legame tra patologie della prostata e infiammazione sono numerose ricerche. Ad esempio, nello studio REDUCE (uno studio importante perché ha riportato i dati clinici e di laboratorio di 8.224 uomini ad aumentato rischio di sviluppo di un PCa, sottoposti a biopsia prostatica al basale e randomizzati al trattamento con dutasteride o placebo) la biopsia prostatica effettuata su oltre 8 mila pazienti ha dimostrato che il 77,6% di loro presentava una infiammazione cronica. Anche un altro studio, MTOPS (studio coordinato dal National Institutes of Health statunitense e condotto per 5 anni e mezzo su 3.047 uomini over 50 con LUTS legati ad IPB) ha evidenziato come le percentuali di progressione della malattia, di ritenzione urinaria acuta e di ricorso alla chirurgia sono superiori nei pazienti con uno stato infiammatorio cronico rispetto a chi non aveva infiammazione prostatica. “Si tratta di dati molto importanti – prosegue il prof. Mirone – che si aggiungono all’impatto negativo dell’infiammazione sulla risposta alle terapie classiche. Infatti gli studi hanno dimostrato come la presenza di uno stato infiammatorio cronico di alto grado limiti la risposta terapeutica degli alfa-bloccanti e gli inibitori della 5-alfa- reduttasi, i farmaci d’elezione per l’IPB”.

Segni e sintomi dell’infiammazione prostatica cronica

Ma come può essere diagnosticata clinicamente la presenza di un’infiammazione cronica della prostata? Il primo indicatore è il peggioramento dei sintomi, in particolare di quelli legati al riempimento della vescica o irritativi: il paziente durante la notte avverte spesso il desiderio di urinare, costringendolo a frequenti risvegli (nicturia). Il sonno non sarà più ristoratore ed il paziente (e la persona che divide con lui il letto) si alzerà, il mattino successivo, più stanco della sera prima. Anche durante la giornata si deve urinare molte volte (frequenza) e tale necessità è spesso avvertita come bisogno farlo in modo precipitoso (urgenza), tanto da limitare, a lungo andare, le sue frequentazioni solamente a luoghi che abbiano la disponibilità di un bagno. Un segno obiettivo dell’infiammazione prostatica cronica è la presenza di calcificazioni a livello prostatico; presenza che il medico può facilmente rilevare con un’ecografia, esame di routine nella normale valutazione diagnostica dei pazienti con ipertrofia prostatica benigna.

L’infiammazione cronica come target terapeutico

Insomma, è diventato evidente che il volume prostatico e le alterazioni ormonali non possono essere gli unici obiettivi terapeutici, ma che bisogna tener conto anche dell’infiammazione se si vuole rallentare la progressione dell’IPB e migliorare la qualità di vita del paziente. “Molti autori – prosegue il professor Mirone – hanno dimostrato come l’instaurarsi dell’infiammazione prostatica sia un fenomeno che avviene precocemente nella storia naturale della malattia e per questo si potrebbe ipotizzare l’esistenza di una finestra terapeutica precoce, in cui il rimodellamento tissutale e la perdita funzionale non si sono ancora instaurati e la terapia medica può agire con maggiore efficacia”.

La nuova Raccomandazione Siu

Proprio partendo da queste evidenze scientifiche, la SIU ha emanato una nuova Raccomandazione: “L’approccio al paziente con sintomi delle basse vie urinarie da IPB deve tenere in considerazione come target terapeutico anche l’infiammazione prostatica cronica, da trattare con un farmaco con indicazione per la IPB e con dimostrata attività antinfiammatoria prostatico specifica come l’estratto esanico di Serenoa repens” si legge nel documento presentato al Congresso Nazionale.

Un’azione anti-infiammatoria specifica

I farmaci d’elezione per il trattamento dell’IPB sono gli alfa-bloccanti e gli inibitori della 5-alfa- reduttasi. “Gli alfa-bloccanti – spiega Giuseppe Carrieri, ordinario di urologia e direttore della Clinica urologica presso l’Università di Foggia – bloccano i recettori alfa delle cellule muscolari che si trovano nel collo vescicale e nella capsula prostatica, determinando un rilassamento delle strutture anatomiche e un miglioramento del flusso urinario. Ma si tratta di farmaci sintomatici che non curano dal punto di vista eziologico: danno semplicemente sollievo al paziente fin quando si assumono. Gli inibitori della 5-alfa-reduttasi, invece, inibiscono la conversione del testosterone in diidrotestosterone (DHT), l’ormone androgeno ritenuto un fattore di crescita della ghiandola prostatica, e quindi vanno ad agire sulla causa dell’IPB cercando di ridurre il volume prostatico. Il problema è, però, che nessuno di questi farmaci ha una contestuale azione anti-infiammatoria. Ecco perché l’aggiunta dell’estratto esanico di Serenoa repens diventa indispensabile, specie per quei pazienti che, oltre ai classici sintomi dell’IPB legati all’ostruzione del flusso urinario, presentano anche irritazioni dovute all’infiammazione”.

Il report dell’Ema

Diverse ricerche scientifiche, condotte sia in vitro che in vivo, hanno dimostrato che l’estratto esanico di Serenoa repens(HESr) agisce con un effetto farmacologico anti-infiammatorio e come questo effetto sia specifico per la prostata. Proprio basandosi sui dati di efficacia, la European Medicines Agency (Ema) ha redatto un report indicando l’estratto esanico come l’unico estratto di Serenoa repens che sia supportato da evidenze in grado di sostenerne un ampio utilizzo nell’IPB come farmaco di riconosciuta efficacia e sicurezza. E i classici anti-infiammatori? “I Fans naturalmente hanno anch’essi una buona azione antinfiammatoria ma – chiarisce Carrieri – possono essere usati solo per brevi periodi di tempo a causa degli effetti collaterali a livello gastrico e sulla coagulazione”.

La Serenoa repens

È una palma originaria dell’America sud orientale e appartiene alla famiglia delle Arecaceae. Dal fusto della Serenoa, che può raggiungere i quattro metri di altezza, si sviluppano le caratteristiche foglie a ventaglio. “Non facciamoci ingannare da un nome che sembra quello di un integratore – conclude il prof. Carrieri –. Quando parliamo di estratto esanico di Serenoa repens parliamo di un farmaco a tutti gli effetti, che deve essere prescritto dal medico. Ma è vero che il principio attivo viene estratto proprio da questa pianta ed è in grado di antagonizzare la produzione di interleuchine e dei fattori di crescita. Ad oggi non ha mostrato di avere effetti collaterali ed ha un elevato profilo di sicurezza”.

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