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Indagine: impatti del pay back ospedaliero sul sistema Italia e spunti per una differente governance della spesa

Nato come strumento di finanza pubblica per controllare la spesa pubblica e responsabilizzare le aziende, di fatto fin dalla sua prima applicazione, a partire dallo sfondamento relativo al 2013 (certificato nella seconda metà del 2014), il pay back sulla spesa farmaceutica ospedaliera si sta trasformando, anche per il modo in cui è congegnato (e per il tetto fin dall’inizio troppo basso rispetto alle esigenze del sistema), in una mannaia che si abbatte fondamentalmente su una categoria ben precisa di imprese farmaceutiche. Lo afferma uno studio di I-Com.

Aziende estere impegnate nel portare sul mercato mondiale e italiano nuovi prodotti (molte delle quali tra i principali investitori in produzione e in ricerca in Italia e gran parte di quelle che il Governo Renzi ha incontrato lo scorso ottobre a Palazzo Chigi, per fare dell’Italia il principale hub per l’industria a livello europeo). Questa evidente dissonanza (crediamo inconsapevole) tra le aspirazioni del Governo, al quale va riconosciuto il merito di essere stato il primo da tempo immemorabile ad avere chiaro il contributo dell’industria farmaceutica alla competitività del sistema Paese (sul quale si sofferma l’analisi contenuta nel Capitolo 1), e la perversione di uno strumento come quello del pay back sulla spesa farmaceutica ospedaliera che ricorda il profilo del Leviatano di hobbesiana (ma anche staliniana) memoria rende evidente il gap informativo oggi esistente e l’imperativo di colmarlo.

È quello che ci proponiamo di fare (o perlomeno di iniziare a fare) in questo studio, nel quale descriviamo il funzionamento dello strumento all’interno dell’attuale governance della spesa farmaceutica (capitoli 2 e 3), ne analizziamo l’impatto sistemico rispetto alle principali variabili di spesa (capitolo 4) e quello sui bilanci delle aziende che hanno partecipato al nostro campione di ricerca (capitolo 5), ne studiamo i profili di legittimità costituzionale, comunitarie e amministrativa (capitolo 6), anche in base al recentissimo contenzioso presso il Tar Lazio, che ha dato in gran parte ragione alle aziende, e infine diamo la parola alle aziende perché raccontino attraverso le parole dei rispettivi CEO (e non solo con i numeri) l’impatto del meccanismo e i suoi profili critici (capitolo 7). Infine elenchiamo le 5 principali criticità che abbiamo riscontrato in base all’analisi condotta e agli elementi forniti dalle aziende e indichiamo alcuni spunti di policy per modificare o, più auspicabilmente, superare il meccanismo in un futuro che deve però essere necessariamente ravvicinato. Per evitare al sistema Italia i due effetti che più di tutti temiamo: un calo degli attuali livelli di investimento in produzione e R&S nel settore industriale che ha performato meglio nell’ultima decade in Italia e il ritardo, o nei casi peggiori, la rinuncia all’introduzione di nuovi farmaci di fascia H, spegnendo le speranze di centinaia di migliaia di pazienti.

Tutto questo è stato possibile grazie al contributo non condizionante di 8 aziende (AbbVie, Amgen, BMS, Eli Lilly, Janssen, MSD, Pfizer e Roche) che hanno messo a disposizione del progetto in tempi brevissimi una notevole mole di dati, grazie ai quali è stato possibile condurre un’analisi molto più accurata di quella che avremmo potuto compiere in loro assenza. Per citare soltanto due risultati dell’analisi micro, mai avremmo sospettato che il pay back potesse valere più della somma di IRES e IRAP versata dalle stesse aziende (addirittura il 117% nel 2014).

O che un nuovo farmaco possa contribuire nei primi due anni dal lancio al ripiano più del doppio rispetto ai farmaci esistenti, in una palese inversione non solo di ogni regola meritocratica ma soprattutto di quella del buon senso. Proprio quello che ci farebbe piacere potesse recuperare la politica italiana su un tema chiave all’intersezione tra salute, competitività e finanza pubblica.

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