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Il ritmo della scrittura è innato?

Il ritmo della scrittura a mano è già presente prima di imparare a scrivere: lo hanno scoperto i ricercatori dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca in collaborazione con l’Universitat Pompeu Fabra di Barcellona, l’Istituto Neurologico Casimiro Mondino e la University of Southampton, con uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports  del gruppo Nature (E. Pagliarini, L. Scocchia, M. Vernice, M. Zoppello, U. Balottin, S. Bouamama, M.T. Guasti e N. Stucchi, Children’s first handwriting productions show a rhythmic structure, DOI: 10.1038/s41598-017-05105-6).

Anche se molte ricerche hanno indagato la geometria e la cinematica della scrittura a mano, si sa ancora poco dello sviluppo con l'età di due principi che governano la sua organizzazione ritmica: l’omotetia e l’isocronia. Questo studio, condotto con quasi 300 bambini della scuola primaria, dimostra che questi due principi di organizzazione ritmica della scrittura sono già presenti prima di imparare a scrivere e potrebbero quindi essere innati.

Nel corso della sperimentazione 298 bambini hanno scritto dieci volte la parola “burle”: spontaneamente, più grande, più piccolo, più velocemente e più lentamente, sia in stampatello che in corsivo. I bambini scrivevano su un foglio di carta posto su una tavoletta digitalizzante e usavano una penna elettronica simile a una normale penna che lascia la sua traccia sulla carta. Grazie a questi strumenti è possibile registrare le coordinate del tracciato e calcolare geometria e cinematica del movimento di scrittura.

Ma che cosa sono l’omotetia e l’isocronia? L’omotetia afferma che il rapporto fra le durate dei singoli eventi motori che compongono un atto rimane invariato al variare della modalità di scrittura (più grande/piccolo, più veloce/lento) ed è indipendente dalla durata totale del movimento. Prendiamo un esempio dal linguaggio orale: se si pronuncia la parola “ta-vo-lo” prima in modo spontaneo e poi, di nuovo, più lentamente, la durata relativa – cioè la proporzione rispetto alla durata totale – delle singole sillabe non varia. Analogamente, se scrivo “burle” in maniera spontanea e poi più lentamente, la durata relativa che impiego a scrivere ciascuna lettera non varia.

L’isocronia si riferisce invece alla relazione proporzionale fra la velocità di esecuzione del movimento e la lunghezza della sua traiettoria: in altre parole, al fatto che quando scriviamo tendiamo a mantenere una durata costante. Data una parola scritta con dimensioni normali, per far sì che il tempo necessario per scriverla raddoppi, dobbiamo scrivere quella stessa parola 20 volte più grande rispetto al normale. Infatti, se scriviamo più grande, tendiamo a farlo più velocemente e l’esempio tipico è quello della firma, che si esegue quasi nello stesso tempo a prescindere dalle sue dimensioni.

Lo studio dimostra che i bambini rispettano entrambi i principi dal primo anno della scuola primaria. L'adesione precoce ai principi di omotetia e isocronia suggerisce che una rappresentazione interna del ritmo della scrittura sia presente già prima dell'età in cui la scrittura a mano viene eseguita automaticamente. Nonostante si tratti di un'acquisizione culturale, la scrittura a mano sembra quindi essere condizionata da vincoli più generali, relativi alla pianificazione temporale dei movimenti.

Il fatto che non ci sia bisogno di un lungo periodo di apprendimento dell’omotetia e dell’isocronia ha varie conseguenze sugli studi che riguardano la disgrafia e la dislessia: già in uno studio precedente condotto da alcuni degli stessi autori era stato infatti dimostrato che i bambini disgrafici e dislessici non sono in grado di soddisfare i due principi di organizzazione ritmica della scrittura e questo fa pensare che le loro difficoltà nell’uso della scrittura non siano legate al fatto che abbiano meno tempo per “allenarsi” rispetto ad altri bambini, ma che la radice di queste condizioni sia a monte. Anche perché dopo pochi mesi gli alunni del primo anno di scuola primaria mostrano già di avere questo tipo di competenze.

«I risultati di questo studio potrebbero essere sfruttati per elaborare un test in grado di valutare automaticamente il gesto di scrittura e rilevare la possibile presenza di disgrafia e dislessia nei bambini già durante il loro primo anno di scuola», spiegano Maria Teresa Guasti, professoressa di Linguistica, e Natale Stucchi, professore di Psicologia all’Università di Milano-Bicocca.

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