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Il paradosso dell’ attivita' fisica. Ludica fa bene ma nel lavoro peggiora il rischio cardiovascolare

 

Il “Global action plan on physical activity 2018–2030” ha fissato l'obiettivo di ridurre l'inattività fisica del 15% entro il 2030 e ha delineato 20 azioni ed interventi, anche politici, considerati necessari per raggiungere tale traguardo.

L'attività fisica è definita come qualsiasi movimento corporeo prodotto dai muscoli scheletrici che richiede dispendio energetico e può essere eseguita in una ampia gamma di intensità: come parte del lavoro, delle faccende domestiche, durante il trasporto o durante il tempo libero o quando si praticano attività sportive.

Se ne è parlato a Firenze, in occasione della XXXVIII edizione del congresso “Conoscere e Curare il Cuore”, organizzata dalla Fondazione “Centro Lotta contro l’Infarto” dal 7 all’10 ottobre 2021.

L'attività fisica regolare è un noto fattore protettivo per la prevenzione delle malattie non trasmissibili come le malattie cardiovascolari, il diabete di tipo 2, il cancro al seno e al colon. L'attività fisica ha anche benefici per la salute mentale, ritarda l'insorgenza della demenza e può contribuire al mantenimento di un adeguato peso corporeo ed al benessere generale. Al contrario, inconfutabili prove indicano che la sedentarietà è associata a malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2, nonché neoplasie e mortalità per tutte le cause.  L'inattività fisica è di fatto una delle principali cause di mortalità globale. Si stima che tra i quattro e i cinque milioni di morti all'anno potrebbero essere evitati se la popolazione mondiale fosse più attiva. Le stime globali dell'inattività fisica indicano che nel 2016 il 27,5% degli adulti e l'81% degli adolescenti non hanno soddisfatto le raccomandazioni dell'OMS del 2010 e la tendenza negli anni successivi ha mostrato un limitato miglioramento globale. I dati evidenziano anche che le donne sono meno attive degli uomini nella maggior parte dei paesi e che esistono differenze significative nei livelli di attività fisica sia all'interno che tra paesi e regioni. 

La “sostenibile leggerezza” dell’attività fisica per la salute cardiovascolare (e non solo)

Da sempre, la ricerca sulla attività fisica si è concentrata principalmente su quella del tempo libero e su quella totale, e meno su quella in ambito lavorativo. Come ben noto, innumerevoli conferme provenienti da ampie popolazioni in diversi continenti hanno poi costantemente dimostrato che l'attività fisica regolare ha effetti benefici sulla salute cardiovascolare e sulla mortalità prematura, una evidenza scientifica che è stata ampiamente implementata nelle raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ed in tutte le linee guida internazionali non solo prettamente cardiologiche. Le attuali linee guida di fatto raccomandano l'attività fisica in qualsiasi forma e non distinguono tra i diversi ambiti, ad es. attività fisica svolta durante il tempo libero, domestico o lavorativo. Questa evidenza è supportata da analisi di coorte provenienti da diversi paesi con una ampia gamma di differenze socioeconomiche come dimostrato nel recente studio Prospective Urban Rural Epidemiology (PURE) che ha arruolato oltre 130.000 partecipanti senza malattie cardiovascolari preesistenti provenienti da 17 paesi con reddito alto, medio e basso. Tramite la somministrazione di questionari  è stato dimostrato che, rispetto ad una lieve attività fisica (cioè <600 MET min/settimana o <150 min/settimana di attività fisica di intensità moderata), una moderata (600-3000 MET min/settimana o 150-750 min/settimana) ed una elevata attività fisica (>3000 MET min/settimana o >750 min/settimana) erano associate ad una riduzione graduale della mortalità totale (hazard ratio 0,80 e 0,65; P <0,0001) e delle malattie cardiovascolari (0,86 e 0,75; P <0,001) indipendentemente dallo stato socioeconomico.

Quindi l’attività fisica fa sempre e solo bene?

Che l’attività fisica regolare impatti favorevolmente sulla salute sembrerebbe essere limitato a quella del tempo libero (es. sport, ricreazione, trasporti). Nuove evidenze suggeriscono infatti un contrasto tra gli effetti sulla salute della attività fisica nel tempo libero rispetto a quella in ambito lavorativo. In particolare, mentre una attività fisica anche di elevata intensità nel tempo libero è stata associata a risultati positivi sulla salute, per l’attività fisica in ambito lavorativo sono state documentate conseguenze sfavorevoli sia per quanto riguarda le malattie cardiovascolari, le assenze per malattia in generale e la mortalità da tutte le cause. Questi effetti contrastanti dell’attività fisica nel tempo libero rispetto a quella in ambito lavorativo costituiscono il cosiddetto “paradosso dell’attività fisica”. Per una considerevole quota della popolazione adulta il lavoro costituisce l'ambiente principale dove svolgere attività fisica. I lavoratori dell'edilizia, dell'agricoltura e delle aziende della produzione industriale sono fisicamente attivi per gran parte della loro giornata lavorativa, per la maggior parte dell'anno. Nonostante questa anche intensa attività fisica durante il lavoro, questi ed altri lavoratori manuali non godono spesso di buona salute. Quindi è stato ipotizzato che l’intensa attività fisica lavorativa potrebbe essere dannosa: un problema non di poca rilevanza visto che, nonostante un trend in riduzione di intensità fisica sul lavoro nelle ultime decadi, una quota significativa della forza-lavoro è impegnata in attività fisicamente impegnative. 

Il paradosso dell’attività fisica

Fino a pochi anni fa la possibile esistenza del “paradosso dell’attività fisica” era stata solo marginalmente considerata. Recentemente, tuttavia, un’ampia metanalisi su 193.696 partecipanti ha dimostrato che i maschi coinvolti in lavori fisicamente intensi hanno, rispetto a quelli meno fisicamente impegnati, un aumento del 18% del rischio di mortalità da tutte le cause, anche dopo aggiustamento per i più importanti fattori confondenti, inclusa l’attività fisica nel tempo libero. Questi risultati suggeriscono che può realmente esistere un paradosso dell’attività fisica nei lavoratori di sesso maschile, con alti livelli di attività fisica in ambito lavorativo associati a conseguenze dannose per la salute in contrasto con l'evidenza esistente di effetti benefici sulla salute della attività anche intensa nel tempo libero. Gli autori hanno concluso che se l'associazione osservata fosse causale, le linee guida sull’attività fisica dovrebbero distinguere tra quella lavorativa e quella nel tempo libero perché soddisfare le attuali raccomandazioni nel contesto lavorativo potrebbe non fornire i benefici previsti o addirittura costituire un rischio. Una conferma è arrivata in seguito da un altro studio di coorte scandinavo che ha valutato 17.697 uomini e donne con un'età media di 47,2 anni esaminati nel 1987-1988 e seguiti per 26 anni. E’ stata infatti dimostrata una relazione a forma di U tra l'attività fisica lavorativa e la mortalità. Rispetto al gruppo moderatamente attivo è stata osservata una mortalità per tutte le cause più alta del 16% nei sedentari e più alta del 13% in quelli con lavori manuali pesanti. Nella stessa popolazione è stata invece confermata una correlazione inversa tra attività fisica ricreativa e mortalità da tutte le cause ribadendo quindi la possibile esistenza di un effetto paradosso dell’attività fisica. Ancor più recentemente, il rischio di eventi cardiovascolari maggiori (MACE) e di mortalità da tutte le cause in rapporto alla attività fisica lavorativa o nel tempo libero è stato indagato nel Copenaghen General Population Study, un ampio studio contemporaneo su 104.046 maschi e femmine con valutazione basale nel 2003-2004 e successivo follow-up medio di 10 anni. Mentre per l’attività fisica nel tempo libero è stata confermata una relazione inversa con MACE e mortalità da tutte le cause, un incremento di MACE e mortalità è stato invece trovato in rapporto al livello crescente di attività fisica in ambito lavorativo da lieve a moderato a intenso (HR rispettivamente 1.04, 1.15 e 1.35 per MACE e 1.06, 1.13 e 1.27 per mortalità da tutte le cause).

Le possibili ragioni del paradosso dell’attività fisica

Recenti studi epidemiologici documenterebbero quindi che una attività fisica lavorativa intensa aumenta il rischio di malattie cardiovascolari e la mortalità, anche dopo aggiustamenti per altri fattori confondenti tra cui lo stato socioeconomico, l’attività fisica ricreativa e uno stile di vita salutistico. Per poter sviluppare interventi efficaci è necessario stabilire i meccanismi alla base del paradosso dell’attività fisica. Tra le ipotesi formulate, innanzitutto l’attività fisica lavorativa è spesso fatta di sforzi ripetitivi di resistenza di brevi periodi mentre quella durante il tempo libero è solitamente aerobica, più adatta a migliorare la forma fisica e la salute cardiovascolare. Di conseguenza l’attività lavorativa aumenta e non riduce la frequenza cardiaca e la frequenza cardiaca elevata è un noto fattore di rischio cardiovascolare. Anche la pressione arteriosa può essere aumentata da sforzi continui quali sollevamento pesi o posture statiche, con conseguenti sfavorevoli ripercussioni. Inoltre, l’attività lavorativa, rispetto a quella ricreativa, è eseguita con più brevi periodi di recupero e spesso senza adeguato controllo delle condizioni lavorative. Va ricordato che a livello globale circa il 50% della forza lavorativa opera all’esterno senza sufficiente attenzione alle condizioni climatiche, alla idratazione, alle pause ristoratrici con conseguente stress calorico, cosa che non avviene durante l’attività fisica ricreativa. Anche i turni lavorativi notturni e fattori ambientali quali rumore e inquinamento atmosferico potrebbero influire. Infine, ma non da ultimo, l’attività lavorativa intensa aumenta i livelli di infiammazione (es. proteina C reattiva) che rimangono elevati senza adeguati tempi di riposo per cui l’organismo non ha tempo per recuperare.

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