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Il caso dell’ Epatite C: accesso all’ innovazione. Rapporto Osservatorio civico sul federalismo in sanità

Sono occorsi due anni per completare l’inserimento dei farmaci per la cura dell’Epatite C in Triplice terapia in tutti i prontuari regionali: l’Agenzia europea del farmaco ha dato il via libera alla commercializzazione in Europa al luglio 2011 e solo a maggio 2013 l’Emilia Romagna, ultima regione in Italia, li ha inseriti nel proprio prontuario.

 

Le variabilità regionali si sono registrate anche nei criteri con cui le Regioni hanno individuato i Centri prescrittori: ne sono evidenza i tempi e i criteri attraverso i quali i centri abilitati sono stati selezionati e abilitati. Rispetto ai tempi per la definizione delle realtà sanitarie abilitate a prescrivere e gestire la triplice terapia, il Veneto ha provveduto nel mese di dicembre 2012; l’Umbria, Lombardia, Liguria e Toscana hanno deliberato nel gennaio 2013; Sicilia e Marche nel mese di aprile; l’Emilia Romagna a maggio dello stesso anno. Lo afferma il Rapporto 2013 dell’Osservatorio Civico sul federalismo in sanità, realizzato dal Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva.


Il numero di Centri abilitati alla prescrizione in triplice terapia sono 353, inferiore di oltre un terzo rispetto al totale dei Centri per la cura dell’epatite esistenti sul territorio nazionale. Le differenze sono consistenti: ad esempio, in due Regioni con popolazione sostanzialmente analoga, come Lazio e Campania, si ha un Centro ogni 407.000 abitanti nel primo caso rispetto ad uno ogni 116.000 abitanti nel secondo. Marcata resta la disomogeneità dei centri/reparti per abitanti e Kmq: si va da un rapporto di 65.000 abitanti per Centro (in Valle d’Aosta) ad un massimo di 509.000 abitanti per Centro (nella provincia autonoma di Bolzano).Solo 9 regioni hanno previsto appositi PDTA (Emilia Romagna, Lazio, Marche, Sicilia, Veneto, Umbria, Basilicata, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia) ed hanno definito criteri differenziati tra le Regioni per l’eleggibilità alla triplice terapia.


Acquisizione di beni e servizi: il caso dei farmaci biologici e biosimilari
13 su 21 Regioni/Province Autonome sono dotate di Centrali di acquisto. Non sempre la catalogazione presentata risponde alla reale situazione sul territorio, dal momento che all’infuori di alcune Centrali collaudate e pienamente funzionanti quali gli ESTAV, l’Intercent-ER, la stessa SO.RE.SA e la SUA, le restanti hanno un’attività tendenzialmente focalizzata sull’aggregazione di prodotti merceologici molto limitati, in particolare farmaci e vaccini. La ragione va ricercata sia nella continua ristrutturazione delle strutture di acquisto, vedi le Regioni Piemonte, Liguria, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Puglia e Basilicata sia in difficoltà organizzative, per cui continuano a convivere Unioni di acquisto con ASL Capofila o si ritorna alle singole Aziende come il caso della Regione Umbria.
Le quattro Centrali (Estav, Intercent- ER, SO.RE.SA e SUA) sono anche quelle che concretamente sviluppano un livello di aggregazione della domanda a livello regionale, mentre le restanti, pur avendo istituito Centrali di acquisto stentano a decollare e di conseguenza mantengono in genere tre livelli aggregativi: regionale, limitata quasi sempre alla gara farmaci, area vasta o provinciale e aziendale.
Con riferimento alle aree di intervento, le forme di centralizzazione in genere coinvolgono solo la funzione di approvvigionamento, soltanto in qualche Regione, come ad esempio la Toscana, è possibile osservare un ampliamento della sfera di intervento anche alla gestione di servizi tecnico-amministrativi di supporto all’attività sanitaria, come la gestione del personale e la logistica.
Da un’analisi condotta su 140 bandi, oltre ai programmi annuali di acquisto delle diverse Regioni, in particolare i piani operativi delle Regioni sottoposte a Piani di rientro è, inoltre, emerso che l’aggregazione dei farmaci rispetto ad altri beni e servizi ha una incidenza percentuale molto elevata.


Gli orientamenti regionali sui farmaci biologici e biosimilari
E’ stato difficile reperire informazioni; scarsa l’attenzione verso la comunicazione rivolta al cittadino che non sia addetto ai lavori e la poca trasparenza delle amministrazioni.
Esistono inoltre difformità di interventi e interpretazioni da regione a regione.
Ci sono Regioni che hanno emanato le proprie linee guida, e tre - Veneto, Emilia Romagna e Toscana - che hanno pubblicato anche documenti tecnici di valutazione scientifica dei diversi biosimilari, al limite opposto c’è, ad esempio, l’Abruzzo per il quale non è stato possibile trovare nessun riferimento nelle normative regionali circa la modalità di prescrizione dei biosimilari.

 

 

Foto: da wikimedia.org/wikipedia/commons

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