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Ictus: 180mila nuovi casi in Italia. Appena 1,8% ha cure adeguate

Lo scenario dell’ictus è in profondo cambiamento. Sono in arrivo nuove evidenze scientifiche per il suo trattamento, che permetteranno una maggiore efficacia in acuto, ma che rendono urgenti l’adeguamento delle strutture organizzative.

Questo anche alla luce dell’Expo, oramai alle porte. Si attendono infatti per la manifestazione 3,3 milioni di cittadini in più, quindi si prevedono 20mila ictus, una situazione che, allo stato attuale, la rete territoriale faticherebbe a gestire. Una sua razionalizzazione sarebbe indispensabile non solo per rendere più efficiente il sistema ma anche per venire incontro alle esigenze di risparmio della Regione Lombardia, i cui fondi a disposizione diminuiranno nel 2015. Se ne è parlato nel corso del convegno milanese “Ictus Ischemico: quanto costa non agire”, promosso oggi a Milano dall’Associazione di Iniziativa Parlamentare e Legislativa per la Salute e la Prevenzione dall’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale (ALICE).

 

L’ictus in Italia è la terza causa di morte, la prima per invalidità e la seconda per la generazione di stati di demenza con perdita di autosufficienza. Ogni anno ci sono 200mila nuovi casi, ma solo l’1,8% accede alle cure adeguate, una percentuale che a livello internazionale raggiunge il 25%.

«In Italia ci sono 180mila ictus di cui 160 mila sono ischemici. Il nostro sistema non percepisce l’ictus come un’urgenza, e questo è un problema visto che per intervenire efficacemente bisogna farlo entro le 4,5 ore al massimo», spiega Luca Valvassori, Neuroradiologia, Ospedale Niguarda Ca' Granda, Milano. Ogni 30 minuti di ritardo diminuisce del 12% la possibilità di un buon esito clinico con ovvie ricadute poi sull’incremento dei costi in fase acuta e post-acuta. In Lombardia nel 2013 sono stati ricoverati per ictus quasi 14.300 persone, dei quali solo il 30% è giunto in ospedale entro la finestra temporale considerata ottimale per effettuare terapie efficaci.

 

«Una prima riorganizzazione del sistema, con la creazione del codice ictus che collega il 118 all’ospedale, ha portato a un progresso notevole nella percentuale di trattamento e anche nell’efficacia. Oggi oggi trattiamo il 13% dei casi di ictus ischemico con la trombolisi venosa, percentuale che nel 2008 era solo dello 0,9%», illustra Elio Clemente Agostoni, Direttore Neurologia e Stroke Unit, Ospedale Niguarda Ca' Granda, Milano. «A breve – continua Agostoni - verrà pubblicato uno studio importante che testimonierà la superiorità della trombectomia meccanica, quindi dell’estrazione meccanica del trombo da un’arteria chiusa, rispetto al non far nulla dopo una trombolisi venosa. Questo tipo di trattamento si può fare però solo in pochi ospedali per cui dovremo riorganizzare l’intero sistema. Esistono solo 2 o 3 ospedali nell’area metropolitana milanese, per fare un esempio, che ha 3.200.000 abitanti. Noi sappiamo che faremo trombectomie meccaniche nel 40% di tutti gli ictus ischemici trattati, quindi possiamo programmare con efficienza la riorganizzazione del sistema individuando i carichi di lavoro che i centri di eccellenza potranno accollarsi». Per adeguare la Lombardia ai più alti livelli degli standard internazionali, l’ideale sarebbero 9 centri di eccellenza collegati con le altre strutture sanitarie regionali in una logica “hub&spoke”, nei quali possano concentrarsi tutte le possibilità e le opzioni di approccio terapeutico.

 

La riorganizzazione regionale sarebbe un esempio per l’intera nazione. «In Italia ci sono 162 stroke unit – commenta Paolo Binelli, Presidente ALICe (Associazione per la Lotta all’Ictus Celebrale) - a fronte di un bisogno di circa 300-350 unità: siamo quindi al 50% del fabbisogno di queste strutture. A rendere questa situazione più complessa il fatto che l’80% siano nel Nord Italia. In Sicilia ci sono 4-5 stroke unit (ma di trombolisi se ne fanno molto poche). In Campania solo 3, nessuna a Napoli. In Lazio ce ne sono 5, tutte a Roma. E pensare che mettere su una stroke unit costa circa un milione di euro, cifra che si ripaga in soli due anni».  

Una nota positiva va sottolineata. I dati del 2000 indicavano che in Italia c’erano circa 200mila casi all’anno di ictus, e si stimava un aumento per il 2020 fino a 240mila. Invece i primi dati che arrivano indicano una riduzione dell’ictus del 20% circa, merito delle campagne di informazione e di una migliore assistenza.

Paola Gregori

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