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Estate: ogni anno muoiono 400 persone per annegamento

La brutta avventura per una coppia di giovani salernitani ha aperto la stagione balneare, un sabato di giugno di quest’anno, rischiando di annegare nella zona delle “Saline” a Palinuro. Sono stati salvati in extremis da tre bagnini di salvataggio in servizio presso gli stabilimenti balneari “Conchiglie” e “Lido La Torre”.

Nonostante il vento forte, i due giovani si erano tuffati in mare dalla spiaggia libera; in pochi minuti si sono trovati in balia delle onde e non riuscivano più a tornare a riva. E’ soltanto uno degli episodi che possono accadere nella stagione balneare, dove complessivamente ogni anno muoiono 400 persone per annegamento, perlopiù al Nord.

“Sì, questo è vero – dice il dottor Alfredo Rossi, direttore sanitario della Società nazionale di salvamento. Questo dipende dalla densità della popolazione e per la estensione delle acque interne come fiumi, laghi, torrenti non sempre possibili da presidiare. Aldilà delle statistiche che indicano più morti al nord che al centro sud, l’Italia ha uno sviluppo di 8.000 chilometri di coste, non tutte accessibili dalla terra e non tutte possibilmente controllate, perché libere e quindi difficilmente sottoponibili alla sorveglianza”.

Ma chi sono questi uomini del soccorso in mare, che indossano le magliette rosse, rese famose dall’industria mediatica che ha portato in tutto il mondo l’immagine dei baywatch americani? La loro nascita in Italia risale a 145 anni fa. Fu infatti nel luglio del 1871 che un gruppo di cittadini benemeriti si radunò in una saletta della “Società di letture” in Genova, Salita Santa Caterina, per gettare le basi di una nuova Società avente lo scopo di incoraggiare il salvataggio in mare, di premiare con medaglie o somme di denaro i salvatori, di diffondere, per mezzo di conferenze e lezioni popolari, i mezzi idonei a ridare la vita a chi, ripescato in mare, veniva soccorso capovolgendo il corpo, col rischio di accelerarne la morte. Il 31 luglio un’assemblea di aderenti ne approvò la istituzione con il nome di Società ligure di soccorso ai sommersi per diventare poi Società ligure di Salvamento e oggi Società nazionale di salvamento (SNS).

Era tale l’entusiasmo relativo alla nascita di questa organizzazione umanitaria e benefica, che ben presto centinaia di cittadini e autorità vi vollero far parte e in pochi anni, la Società divenne centro dello Sport Nautico Italiano con importanza nazionale. Ancora oggi da questa Istituzione dipende la formazione dei bagnini, con un ruolo non soltanto di salvataggio, ma anche di soccorso salvavita. Ogni anno, infatti, muoiono in Italia per annegamento 400 persone.

La Società ebbe momenti di sviluppo e di decadenza, ma fu sorretta sempre dalla fede incrollabile dei suoi fondatori e sostenitori, che nell’agosto del 1875 stesero il suo primo vero Statuto approvato con Decreto Ministeriale il 18 dicembre 1876. Il 19 aprile 1876 venne eretta in Ente Morale. Da allora la Società fregiò il suo board con nomi illustri, dal Principe Tomaso di Savoia, che si fece socio effettivo con 10 azioni annue da lire 10 cadauna al re Vittorio Emanuele che nel 1874 accettava la presidenza onoraria. Il 25 aprile 1875 ebbe luogo la prima solenne premiazione dei salvatori (premiati circa 60).

Fra i premiati, va ricordata la Medaglia d’oro conferita a Maria Pia di Savoia, Regina del Portogallo, che apprezzò molto l’omaggio e nel 1938 la “Salvamento” premiò, fra gli altri, il grande Guglielmo Marconi come “Primo salvatore dell’umanità”. Ma sicuramente l’encomio più grande e apprezzato fu quello di Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due Mondi, che scrisse una lettera datata 19 giugno 1875, pochi anni prima di morire. Ora a capo della dirigenza c’è un professore di scuola, Giuseppe Marino, che non esita a dire di sentirsi inadeguato a ricoprire un incarico che finora ha annoverato reali e principi, con encomi da parte di tutte le più alte autorità del paese, dai Re d'Italia, sin da Vittorio Emanuele II, al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, Presidenti onorari; mentre Giolitti, Salandra, Orlando, Sella, Brin, Nitti, Ratazzi, Marconi, Durand De La Penne, furono invece soci onorari.

“E’ un incarico di grande responsabilità – dice il presidente Giuseppe Marino – al quale ora mi sono affezionato, perché riguarda tutti gli italiani: bisogna capire le loro esigenze, garantire sicurezza e collegarsi alle forze del soccorso tradizionale per completare le iniziative di salvataggio. Abbiamo 220 sezioni in tutta Italia e facciamo in modo che la maggior parte dei soci partecipino alle nostre assemblee, perché il lavoro di bagnino è in continua evoluzione e servono i consigli di tutti. Il bagnino oggi deve essere un operatore preparato, responsabile al pari di una figura sanitaria. Non basta controllare, occorre prevedere i rischi e impedire che si verifichino. Sembra banale, ma c’è ancora chi si tuffa dove non può e chi si bagna in presenza di onde pericolose”.

Dal rapporto dell’Istituto Superiore di Sanitò, in Italia la mortalità è passata da circa 1200-1300 morti/anno degli inizi degli anni ’70 a poco meno di 400 a partire dal 1995, con una diminuzione del 70%, nei bambini del 90%. Nelle spiagge e nelle piscine, inoltre, si verificano inoltre incidenti di vario tipo, tra i quali i più gravi sono quelli con lesioni alla colonna vertebrale, associati ai tuffi. Questi ultimi non sono attualmente quantificabili.

Questo rapporto vuole essere un contributo per una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti e più in generale degli incidenti in acque ricreative, come raccomandato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Tuttavia, dal 1995 al 2012 (ultimo anno di cui si dispone di dati ISTAT), il numero di circa 400 annegamenti per anno è rimasto costante. Nella consapevolezza che in gran parte queste morti possono essere evitate, secondo l’ISS è dunque necessario rafforzare le misure in atto (ad esempio, estendendo la sorveglianza anche alle spiagge libere e più in generale l’organizzazione territoriale del soccorso), e promuoverne alcune non ancora, o soltanto molto limitatamente, realizzate. Ad esempio, per i bambini, dovrebbe essere avviata una campagna a livello nazionale per una loro maggiore sorveglianza da parte dei genitori o dei tutori e per dotare le piscine private di dispositivi che impediscano il loro accesso senza il controllo degli adulti. Per il pubblico in generale, è necessario che nei punti di accesso alle spiagge vengano fornite informazioni esaurienti con un’apposita cartellonistica circa la presenza della sorveglianza e di un’organizzazione territoriale del soccorso e sugli eventuali pericoli intrinseci delle spiagge (correnti di ritorno, formazione di buche). Che cosa fare per invertire la tendenza di morti?

“Occorre rafforzare la guardia – dice il presidente della Società di salvamento, professor Giuseppe Marino – e mettere in atto azioni a lungo termine, come insegnamento precoce del nuoto e la sorveglianza, dove possibile, della balneazione. Dal 1871 ci occupiamo di salvataggio e soccorso nell’ambito della balneazione, sia sul mare, sia sulle acque interne, come piscine, fiumi, laghi, canali e il nostro obiettivo è ridurre questa mortalità, che ci sembra veramente inutile”. Ma chi sono gli esperti del salvataggio? Dalla piccola sezione ligure di salvamento, oggi la Società di salvamento svolge in campo nazionale la scuola per formare figure professionali che dal ruolo storico di bagnino è diventato un operatore della salute in mare, con tutta una serie di funzioni preventive ed educative nei confronti della popolazione. Il bagnino sta assumendo il ruolo di un professionista della balneazione che accanto alla sua mansione principale può svolgere un’attività di promozione della sicurezza in mare e in spiaggia, in piscina e nei luoghi di balneazione.

“Avere un bagnino, oggi – ribadisce Rossi – è un privilegio, perché sfruttando l’immagine e la figura del bagnino si può iniziare ad educare i bambini a un buon comportamento verso la balneazione, al rispetto del mare e a quelle piccole attenzioni che possono contribuire a limitare i rischi, a sensibilizzare i giovani sull’importanza sociale degli scopi e delle finalità dell’Associazione e a favorire iniziative di ogni genere e specie, utili allo sviluppo di una coscienza del volontariato nella collettività. Il Lifeguard è un professionista che diffonde cultura marinara e buona balneazione, sfruttando il mito che ha ancora il bagnino con la maglietta rossa”. Fa parte del passato, quindi, la figura del bagnino amico che ti offre sdraio e ombrellone?

“Con buona probabilità sì – suggerisce il presidente della Società, professor Giuseppe Marino – perché oggi il bagnino ha finalità un tantino diverse. Oltre a occuparsi di salvamento (ossia portare in malcapitato in area sicura) dovrà integrarsi con gli operatori del soccorso, mettendo in atto tutte quelle manovre di salvataggio sanitario, dall’uso dei defibrillatori ai programmi manuali di stabilizzazione in vita. Sarà un bagnino tuttofare, un risk manager della Buona Sanità. Non gli basterà correre in aiuto, ma anche predisporre programmi di educazione sanitaria per evitare che bambini e adulti si vengano a trovare in situazioni a rischio”. Compiti della SNS sono la formazione e l’istituzione dei brevetti, sia in acqua interne sia in mare. Recentemente si è posta quesiti di tipo sanitario ed è diventata società medico scientifica, dotandosi di un comitato medico scientifico e in collegamento con altri enti come ministero dell’ambiente, capitanerie di porto, ministero della salute, per realizzare un’analisi più profonda del mondo della balneazione, con lo scopo di abbattere il muro dei 400 morti. “Noi abbiamo un potenziale enorme –aggiunge Rosdi - fatto di operatori e cultura, sfruttato poco: bisogna cominciare a insegnare un po’ di cultura marinara, iniziando dai bambini, individui innocenti e più ricettivi che vedono nel bagnino una figura da mito. Siamo un paese di mare, con 8 mila chilometri di coste, ma non siamo un paese di nuotatori”.

Un team guidato dall’ammiraglio Francesco Simonetta, infatti, è impegnato nell’individuare i criteri di pericolosità delle zone balneabili, per fare chiarezza sulla pericolosità. Una costa con acque calme, ma senza bagnino, può essere classificata come pericolosa, un’area tranquilla ma lontana dai soccorsi può essere altrettanto pericolosa. Per raggiungere questi obiettivi, la Società di salvamento ha predisposto una campagna di diffusione delle nuove linee guida che dovrebbero essere osservate in tutti i luoghi adatti all’attività natatoria, anche dove non c’è la presenza di un bagnino, ma soltanto l’installazione di una cartellonistica che dando un punteggio alla sicurezza della zona, mette sull’avviso i bagnanti dei pericoli che si possono correre. “Ci possono essere zone, infatti, all’apparenza tranquille – dice Alfredo Rossi – ma in realtà per effetto di maree pericolose per correnti di ritorno o risacche che non consentono al bagnante di tornare a riva in sicurezza”.

Ma è obbligatoria la presenza del bagnino? Le spiagge attrezzate, in mare o sui laghi, hanno l’obbligo del bagnino, pagato dal gestore della spiaggia in concessione, in numero sufficiente a seconda delle ordinanze delle capitanerie locali, nelle piscine pubbliche e private aperte al pubblico. Insomma, oggi i baywatch o lifeguard non sono più un mito ma una realtà importante, perché la vita salvata non ha prezzo. Nemmeno le due grandi guerre sono riuscite a scalfire questa istituzione, nonostante la perdita di molti giovani soci periti nei combattimenti.

Dalle ceneri è sempre rinata e ancora più forte. La Società Nazionale di Salvamento, oltre a far parte della Protezione Civile, è stata la prima associazione al mondo a qualificare professionalmente i bagnini di salvataggio in servizio presso gli stabilimenti balneari, diffondendo le tecniche di salvamento e di respirazione con prove pratiche e documentazioni pieghevoli distribuite di anno in anno in tutte le piazze italiane.

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