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Degenerazione maculare: terapia efficace con la diagnosi precoce

Riconoscere i dettagli di un volto caro, leggere un bel libro, versare il caffè in una tazza. Sono solo alcuni degli atti quotidiani negati a chi è stato colpito dalla degenerazione maculare legata all’età, la prima causa di ipovisione nel mondo occidentale nelle persone sopra i 50 anni.

Una malattia fortemente invalidante, che si calcola colpisca in Italia circa un milione di persone, e per la quale recentemente il Ssn ha reso disponibili nuove ed efficaci armi, rese però meno potenti da una diagnosi troppo spesso tardiva. Infatti una recente indagine statistica condotta da GfK Eurisko, presentata l’altro giorno a Roma, ha fatto emergere come questa malattia sia poco conosciuta e di conseguenza sottodiagnosticata in Italia: nella popolazione più a rischio, quella degli over 50, il 16% (ben 3,8 milioni) non ha mai fatto una visita oculistica e solo il 40% l’ha fatta nell’ultimo anno.

 

«Una rimozione collettiva del problema, che potrebbe trovare le sue radici nella paura di affrontare un argomento che accende ansie verso di sé- ha sottolineato Gianna Schelotto, psicanalista e psicoterapeuta di Genova- Quando l’occhio si ammala infatti si è messi a confronto con una realtà drammatica e inaspettata, che crea pesanti coinvolgimenti anche dal punto di vista psicologico».

 

Perché chi viene colpito da questa patologia vede il mondo come attraverso una bolla d’acqua, trovandosi sempre più isolato man mano che il danno oculare progredisce. Eppure regolari visite di controllo a partire dai 45-50 anni potrebbero far diagnosticare per tempo una malattia che spesso causa i maggiori danni proprio nei primi mesi. Questo permetterebbe di intervenire tempestivamente con nuovi farmaci, efficaci nel rallentarne la progressione. «Tra questi Aflibercept - spiega la d.ssa Monica Varano, responsabile del Servizio Retina Medica IRCCS Fondazione G.B. Bietti di Roma - una proteina di fusione completamente umana con un meccanismo d’azione innovativo, che si caratterizza per una particolare efficacia nel bloccare l’evoluzione della patologia: più del 95% dei pazienti trattati ottiene una stabilizzazione del visus».

Questo farmaco, rimborsabile da pochi mesi, permette anche di ridurre e programmare il numero di iniezioni intraoculari, momento di forte ansia per i malati e di grande impegno in termini di tempo da parte dei caregiver. «Dopo le prime tre iniezioni, praticate a distanza di un mese l’una dall’altra, come nel caso delle terapie a base di anticorpi, monoclonali, le successive iniezioni possono essere fatte ogni due mesi», continua l’esperta. «La possibilità di ottenere validi risultati terapeutici con ritmi più dilatati – conclude la d.ssa Schelotto – può permettere una tregua fisica ed emotiva, favorendo nel paziente un migliore e più duraturo recupero della propria immagine corporea e di adattarsi gradualmente alle implicazioni che la malattia comporta».

 

Paola Gregori

 

«Una rimozione collettiva del problema, che potrebbe trovare le sue radici nella paura di affrontare un argomento che accende ansie verso di sé- ha sottolineato Gianna Schelotto, psicanalista e psicoterapeuta di Genova- Quando l’occhio si ammala infatti si è messi a confronto con una realtà drammatica e inaspettata, che crea pesanti coinvolgimenti anche dal punto di vista psicologico».

 

Perché chi viene colpito da questa patologia vede il mondo come attraverso una bolla d’acqua, trovandosi sempre più isolato man mano che il danno oculare progredisce. Eppure regolari visite di controllo a partire dai 45-50 anni potrebbero far diagnosticare per tempo una malattia che spesso causa i maggiori danni proprio nei primi mesi. Questo permetterebbe di intervenire tempestivamente con nuovi farmaci, efficaci nel rallentarne la progressione. «Tra questi Aflibercept - spiega la d.ssa Monica Varano, responsabile del Servizio Retina Medica IRCCS Fondazione G.B. Bietti di Roma - una proteina di fusione completamente umana con un meccanismo d’azione innovativo, che si caratterizza per una particolare efficacia nel bloccare l’evoluzione della patologia: più del 95% dei pazienti trattati ottiene una stabilizzazione del visus».

Questo farmaco, rimborsabile da pochi mesi, permette anche di ridurre e programmare il numero di iniezioni intraoculari, momento di forte ansia per i malati e di grande impegno in termini di tempo da parte dei caregiver. «Dopo le prime tre iniezioni, praticate a distanza di un mese l’una dall’altra, come nel caso delle terapie a base di anticorpi, monoclonali, le successive iniezioni possono essere fatte ogni due mesi», continua l’esperta. «La possibilità di ottenere validi risultati terapeutici con ritmi più dilatati – conclude la d.ssa Schelotto – può permettere una tregua fisica ed emotiva, favorendo nel paziente un migliore e più duraturo recupero della propria immagine corporea e di adattarsi gradualmente alle implicazioni che la malattia comporta».

 

Paola Gregori

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