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Cuore, un appello alla nuova classe politica. Intervista al prof. Volpe (Siprec)

Intervista con il professor Massimo Volpe, presidente della Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare in occasione del Congresso Siprec di Napoli

Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte in tutto il mondo. Negli anni, grandi progressi sono stati fatti nell’ambito del trattamento, così che oggi le si cura sempre meglio.

Questo purtroppo sta creando un paradossale effetto collaterale, quello della cronicità, che in questo campo si traduce essenzialmente nello scompenso cardiaco, che potrebbe investirci con la sua onda lunga negli anni a venire. Per questo è sempre più importante investire in prevenzione, da subito, fin da bambini. Un’impresa realizzabile solo facendo un grande sforzo collettivo che investa il mondo della scienza, della politica, della scuola, dell’industria alimentare. E intanto c’è chi dà il buon esempio: 11 società scientifiche hanno stilato tutte insieme un ‘Documento di consenso’, dedicato alla prevenzione cardiovascolare a tutto tondo. Il documento è stato presentato in occasione del congresso nazionale della SIPREC, a Napoli dall’8 al 10 marzo.

Qual è l’impatto socio-economico della malattie cardiovascolari?

Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di mortalità e morbilità nel mondo, ma in particolare nei paesi occidentali, nelle economie come quella italiana e determinano un carico enorme, dal punto di vista sociale e individuale ma anche dal punto di vista della sostenibilità economica e strutturale. Ritengo che l’unica strategia possibile per fronteggiare nei prossimi anni e per garantire la tenuta del nostro sistema sanitario sia di investire fortemente nelle politiche di prevenzione delle malattie cardiovascolari.

 

Cosa significa in concreto fare prevenzione cardiovascolare?

Significa da una parte fare un lavoro sulle strategie di popolazione, facilitando un’alimentazione corretta, dissuadendo dal fumo di sigaretta, impegnandosi a fondo nel favorire l’attività fisica dei cittadini. Ma prevenzione oggi significa anche il giusto ricorso ai farmaci. Oggi la prevenzione cardiovascolare non è più solo un concetto epidemiologico, qual era 30 anni fa, ma si può concretamente fare. Ogni medico la può fare, usando in maniera corretta e appropriata i farmaci antipertensivi, gli ipo-colesterolemizzanti, gli anti-diabetici e, nelle giuste fasce d’età, anche i farmaci anti-piastrinici. Insomma oggi abbiamo gli strumenti, i farmaci, per rendere concreta quella che trent’anni fa era ancora un’operazione abbastanza astratta. Ma anche questo richiede un impegno da parte dei medici.

Le politiche di prevenzione a livello della popolazione hanno avuto successo ne nostro Paese?

Personalmente, anche se ho visto un grande impegno pure da parte del Ministero e delle Regioni, nel fare strategie di prevenzione, raramente ho poi visto una traduzione di questi sforzi nei fatti, cioè in uno spostamento dalla cura delle malattie, alla prevenzione delle stesse. Eppure ritengo che tutti i cittadini dovrebbero essere interessati a questa seconda possibilità perché oltre a non ammalarsi, potrebbero contare su un maggior numero di anni di benessere. Alla luce della modificazione demografica impressionante che c’è stata nel nostro Paese (un maschio vive in media 81 anni e una donna 85) è molto importante che gli anni più avanti nella vita siano affrontati nella maniera migliore e questo si può fare se ci si arriva senza aver avuto un ictus, un infarto, lo scompenso cardiaco. Queste patologie si  traducono a loro volta in un danno, non solo per l’individuo e la sua famiglia, ma per tutta a società e le strutture sanitarie, per il conto economico salatissimo che queste patologie presentano.

Perché gli esperti temono tanto lo tsunami ‘scompenso cardiaco’?

Lo scompenso cardiaco rappresenta la prima causa di ospedalizzazione nel nostro Paese, è molto frequente tra gli anziani, molto spesso si accompagna ad altre comorbilità: rischia insomma di diventare un problema ingestibile in futuro. Una persona con scompenso arriva a fare 4-7 ricoveri all’anno e si tratta di degenze spesso di lunga durata. I problemi si esacerbano nel periodo invernale. E qui torniamo all’importanza della vaccinazione anti-influenzale che in queste categorie di pazienti deve essere sempre sostenuta e ricordata.

 

Come avete disegnato la prevenzione cardiovascolare nel vostro documento di consenso?

Abbiamo cercato di tradurla da una semplice sentenza, ad un’articolazione in molti capitoli in un documento di prevenzione condiviso da 11 società scientifiche o enti di ricerca impegnati nella prevenzione, proprio per sottolineare tutti quegli aspetti che i medici, i cittadini dovrebbero conoscere e che può rappresentare anche un punto di partenza, uno stimolo per iniziative anche più articolate ed efficaci.

E’ un documento di consenso su quali sono gli obiettivi, le cose da combattere, gli strumenti della prevenzione, quali sono i gruppi di persone ai quali ci rivolgiamo, che comprendono anche le donne, i bambini, i più anziani. Il documento insomma è una vera e propria call to action diretta a tutti gli attori: governo, regioni, classe medica, operatori sanitari, giornalisti che possono aiutarci a sottolineare quanto sia importante impegnarsi nella prevenzione, e non solo nella cura delle malattie. Due obiettivi che si sovrappongono per qualche verso, anche se la prevenzione si fa in chi è ancora sano, in chi non ha ancora avuto un evento. Questa cascata di responsabilità deve essere stimolata. Cominciare a parlarne o riprendere il discorso in maniera intensa e determinata è molto importante.

E dunque bisognerebbe iniziare con l’investire di più in prevenzione?

In realtà non è necessario trovare nuovi investimenti nel campo della sanità. Ad investire potrebbero essere il ministero del lavoro o dell’economia. Perché questo problema riguarda tutti. I buoni esempi di come mettere in pratica la prevenzione cardiovascolare vengono anche dai privati. Alcune grandi aziende quali la Ferrari, la Fiat, le Assicurazioni Generali, solo per citarne alcune, già da tempo hanno messo in atto un programma di prevenzione per i loro dipendenti e le loro famiglie, con visite annuali.

Un lavoro del genere non costa molto, può essere fatto in tempi ragionevoli, contribuirebbe a decongestionare gli ospedali e i pronto soccorsi, farebbe risparmiare giornate di malattia e comporterebbe un risparmio anche nel campo della previdenza e dell’invalidità. Destinare alla prevenzione un suo budget: questo dovrebbe diventare proprio un punto di governo, da suggerire alla nuova classe di dirigenti politici appena eletta.

 

 

 

Come vede il ruolo dei medici di famiglia in questo disegno di prevenzione cardiovascolare?

Fondamentale per l’organizzazione di un programma di prevenzione di questo tipo è naturalmente il coinvolgimento della medicina generale. Interessante a questo riguardo è l’esempio della Gran Bretagna che ha dato ai medici di medicina generale degli obiettivi di risultato, fissando dei benchmark per il colesterolo, la pressione, il diabete. Chi non riesce a portare i ‘numeri’ dei propri assistiti sotto questo benchmark non ha evidentemente centrato il risultato; per gli altri, i virtuosi, sono previsti degli incentivi economici. Il Servizio sanitario nazionale inglese (Nhs) ha fatto questo contratto con i medici di famiglia da quasi dieci anni. Per fare la prevenzione non serve lo specialista, è necessario invece intercettare le persone che vanno dal medico di famiglia, misurando loro la pressione, facendo una serie di analisi del sangue, modificando il loro stile di vita, incoraggiando ad esempio l’attività fisica regolare e scoraggiando ad esempio alimentazione sbagliata e sigarette.

Quando passare dalla prevenzione di popolazione a quella individuale?

Gli strumenti che abbiamo a disposizione sono la stima del rischio, ed è necessario personalizzare l’intervento dove il rischio è alto. L’individuo ad alto rischio è quello nel quale coincidono ad esempio ipertensione, obesità e pre-diabete. Su quel paziente è necessario focalizzare subito la nostra attenzione.

Perché è così importante personalizzare la prevenzione?

La parola chiave è la personalizzazione della prevenzione perché in questo caso ‘one size doesn’t fit all’. Non è possibile cioè fare la stessa prevenzione nel maschio e nella femmina; bisogna conoscere le differenze fisiologiche, il fatto che nella donna colesterolo e pressione alta rappresenteranno un problema soprattutto dopo i 50 anni, mentre il maschio li dovrà affrontare prima. Sapere che la posologia dei farmaci nei due sessi dovrebbe essere modulata anche in base al peso (una donna pesa in media di 55 Kg, un uomo 85 Kg). L’attività fisica e l’alimentazione vanno suggerite e modulate in base all’attività lavorativa di una persona. Esiste insomma la necessità di personalizzare anche la prevenzione. La personalizzazione rappresenta un’altra parola chiave della prevenzione cardiovascolare.

Prevenzione cardiovascolare anche nei bambini?

Nei più piccoli, prevenzione cardiovascolare deve essere solo una parola chiave per iniziare bene la vita. In questo caso è molto importante il life style advice, il consiglio sullo stile di vita, che significa corretta alimentazione, come svolgere l’attività fisica, non essere incoraggiati a fumare, a bere alcolici o a mangiare cose molto salate. Tutto da costruire. Basta guardarsi intorno per vedere come molti bambini siano in sovrappeso, mangiano quantità di sale enormi con le patatine, hamburger e merendine. Parlare di malattie cardiovascolari e di bambini potrebbe sembrare un po’ un ossimoro, in quanto le malattie cardiovascolari degenerative vengono molto più tardi nel corso della vita. Ma io penso che se facessimo prevenzione cardiovascolare già da bambini, da qui a vent’anni sarà difficile vedere un infarto sotto i 70 anni.

Cosa fa l’Europa per la prevenzione delle malattie cardiovascolari?

Noi facciamo parte come Siprec dello European Heart Network, che comprende solo tre gruppi italiani, di cui noi siamo l’unica società scientifica. Questo network è molto impegnato nella promozione di misure di stile di vita a livello del Parlamento Europeo, e fa molte battaglie soprattutto sui cibi confezionati. La battaglia è mirata a far ridurre all’industria alimentare il contenuto di grassi saturi, di zucchero e di sodio di questi alimenti in vendita nei supermercati. Noi abbiamo più volte invitato i parlamentari italiani ad iscriversi al Heart Group, perché questo diventi una realtà concreta. E’ molto difficile purtroppo perché ci sono tanti interessi in ballo, ovviamente. Ma noi speriamo che la politica possa dare una mano anche da questo punto di vista.

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