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“Conoscere e curare il cuore”, le novita' dagli esperti su demenza, BPCO, microbiota e malattie cardiache

Il progressivo invecchiamento della popolazione ha determinato nel corso degli ultimi decenni un profondo cambiamento nosografico caratterizzato dalla progressiva espansione di alcune problematiche cliniche particolarmente frequenti nell’età geriatrica. Tra queste spicca, per rilevanza clinica e socioeconomica, la demenza, una condizione la cui prevalenza è destinata a triplicare nel mondo nel corso dei prossimi 30 anni. Se ne è parlato alla XXXVII° edizione del congresso “Conoscere e curare il cuore” organizzato a Firenze dalla Fondazione Onlus “Centro per la Lotta contro l’Infarto”.

Lo studio Coronary Artery Risk Development in Young Adults (CARDIA), ad esempio, ha dimostrato come l’esposizione cumulativa ai diversi fattori di rischio cardiovascolare a partire dall’età adolescenziale si associ, nel corso di un periodo di osservazione di 25 anni, a peggiori performances cognitive, con una prevalente compromissione delle funzioni esecutive e della memoria verbale. Più recentemente, le evidenze derivanti dai dati della coorte inglese Insight hanno rivelato una significativa associazione tra l’aumento dei valori pressori nell’età giovane adulta ed un maggior danno a livello della sostanza bianca cerebrale ed un più piccolo volume cerebrale nelle decadi successive. Il paziente iperteso, anche senza evidenza clinica di malattia cerebrovascolare, presenta performances cognitive mediamente inferiori rispetto al normoteso.

Numerosi studi longitudinali, nel corso degli ultimi anni, hanno portato ad ipotizzare che il trattamento antipertensivo possa rappresentare un prezioso strumento per prevenire la comparsa del deterioramento cognitivo e della demenza. Le informazioni sulla correlazione tra microbiota intestinale e rischio cardiovascolare sono crescenti. Alcune specie del microbiota influenzano il metabolismo di specifici componenti alimentari (come la carnitina, la colina, la fosfatidilcolina), sintetizzando il precursore della TMAO, una molecola con documentata attività lesiva sulla parete vascolare. Altri ceppi metabolizzano invece la fibra alimentare, sintetizzando acidi grassi a corta catena, dotati tra l’altro di una significativa attività antinfiammatoria, oppure producono metaboliti secondari originati da molecole presenti negli alimenti (come l’enterodiolo che deriva dalla lignina), caratterizzati da un’attività di protezione vascolare. Sono anche documentati effetti di natura prebiotica da parte di composti vegetali (come la berberina o il resveratrolo), che indurrebbero favorevoli modificazioni della composizione del microbiota. 

La possibilità di influenzare la composizione e l’attività del microbiota intestinale rappresenterà probabilmente, in futuro, un componente importante delle strategie di prevenzione cardiovascolare. È ormai indiscutibile il fatto che la mortalità della BroncoPneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO) sia prevalentemente cardiovascolare, piuttosto che respiratoria. Sorprendentemente, il legame tra BPCO e malattia coronarica va ben oltre quanto atteso sulla base dei fattori di rischio condivisi: la prevalenza di cardiopatia ischemica è, infatti, eccezionalmente elevata (stimata tra il 20% e il 60% dei pazienti con BPCO a seconda delle popolazioni studiate) e nettamente più frequente rispetto alla popolazione generale. Molteplici evidenze scientifiche indicano, inoltre, che nella fase “stabile” di BPCO il rischio di infarto miocardico acuto è aumentato di circa 2-3 volte rispetto alla popolazione di controllo senza patologia polmonare, un dato tale da suggerire che la BPCO sia da considerare un fattore di rischio maggiore, alla stessa stregua del diabete o della dislipidemia. Peraltro, l’aspetto di maggior interesse clinico (e concettuale) riguarda la frequenza impressiva con cui viene diagnosticata una instabilizzazione delle condizioni cardiache ed un danno miocardico infartuale nei pazienti ospedalizzati per Esacerbazione Acuta di BPCO (AE-BPCO). 

La probabilità di un danno miocardico ischemico sale di circa 2-5 volte nei primi 3 giorni post AE-BPCO e scende progressivamente nel primo mese, mantenendo un modesto aumento del rischio fino ad 1 anno. Pertanto la finestra temporale di massimo rischio è collocabile nella prima settimana post-AE-BPCO, quando la probabilità di eventi coronarici acuti raggiunge l’apice rispetto alla fase pre-AE-BPCO. «Grazie alle strategie di imaging intracoronarico ad alta risoluzione” - commenta Francesco Prati, Presidente della Fondazione Centro per la Lotta contro l’Infarto – “è possibile pianificare strategie sempre più mirate e personalizzate per la cura delle patologie cardiovascolari. Numerosi studi retrospettivi hanno documentato che la maggioranza delle placche responsabili di eventi coronarici acuti sono di grado lieve alla valutazione angiografica basale. Pertanto, la sola coronarografia non è uno strumento affidabile per l’identificazione delle stenosi a rischio di instabilità. Studi recenti hanno dimostrato che l’occlusione trombotica dopo la rottura di un ateroma ricco di lipidi con un nucleo necrotico coperto da un sottile strato fibroso di tessuto intimale (il cosiddetto “fibroateroma a capsula sottile”, TCFA) sia la più comune causa di IMA e morte per cause cardiache. Conseguentemente sono stati condotti numerosi studi prospettici con tecniche di imaging intravascolare, al fine di rilevare in vivo le caratteristiche delle placche coronariche ad alto rischio. 

Tra questi, lo studio CLIMA recentemente ha arruolato 1.003 pazienti sottoposti a OCT dell’arteria discendente anteriore sinistra nel contesto di coronarografia clinicamente indicata (53.4% con ACS). La presenza di un’area luminale minima <3.5 mm2, lo spessore del cappuccio fibroso <75 nm, l’estensione circonferenziale dell’arco lipidico >180° e la presenza di macrofagi risultavano associati ad un aumentato rischio dell’endpoint primario, un composto di morte cardiaca e IMA della lesione target. Inoltre, la presenza simultanea di questi quattro criteri OCT nella stessa placca, che si verificava nel 18.9% dei pazienti con endpoint primario, era un predittore indipendente di eventi. Lo studio CLIMA ha, dunque, ampliato le conclusioni raggiunte da studi precedenti, sottolineando l’importanza clinica dell’infiammazione locale, valutata dalla presenza di macrofagi e dallo spessore del cappuccio fibroso, come caratteristica aggiuntiva d’alto rischio, oltre alla presenza ed all’estensione dei componenti lipidici».

Le notizie dal Congresso di Firenze sono qui: http://salutedomani.com/categ/cardiologia

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