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Al via il progetto Regione Piemonte di screening patologie infettive

La Regione Piemonte, prima in Italia, ha avviato e finanziato il progetto “Screening patologie infettive nei SerD piemontesi”.

Coordinato dalla Direzione Sanità, il progetto partito a dicembre 2013, è finalizzato a elaborare le “Raccomandazioni cliniche sugli screening per patologie infettive” di riferimento per tutti i SerD piemontesi e somministrare, nelle singole sedi, il test sierologico per HIV rapido nei soggetti “refrattari”, la cosiddetta “hard to contact population”. 

Obiettivo: la diagnosi precoce e il tempestivo avvio alle cure, aumentando i test infettivologici effettuati presso i Servizi per le Dipendenze, fino a testare entro due anni il 100% dei nuovi utenti e il 90% dei soggetti già in carico, perseguendo l’incremento annuale del 30% di soggetti vaccinati per HBV (epatite B) nella popolazione a rischio, sino a raggiungere il 90% (Linee di Indirizzo Piano di Azione Regionale Dipendenze 2012-2015).

Nel progetto sono coinvolti i Medici Infettivologi dei SerD di tutta la regione: il Dipartimento Dipendenze 1 ASL TO 2, diretto dal dottor Emanuele Bignamini, è stato identificato come capofila, in collaborazione con il Centro regionale di riferimento delle Malattie Infettive dell’Ospedale Amedeo di Savoia, il Laboratorio di Virologia dell’Amedeo di Savoia e il Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Con questo progetto la Regione affronta un problema di grande rilevanza in termini di ricaduta sulla salute individuale e collettiva e assicura la massima vigilanza sul rischioso impatto dei consumi di nuove droghe sui comportamenti, soprattutto tra i giovani. 

Una perfezionata conoscenza della condizione sierologica degli utenti in carico ai SerD è infatti particolarmente importante, perché migliora il controllo e la gestione delle malattie infettive, evita importanti ritardi di diagnosi e conseguenti ritardi nell’accesso alle terapie antiretrovirali, con maggiori probabilità di successo terapeutico e diminuzione del rischio di trasmissione alla popolazione generale non tossicodipendente.

I tossicodipendenti che assumono droghe per via endovenosa sono infatti una delle categorie a maggior rischio di contrarre e trasmettere patologie infettive causate da HIV (Aids), HCV ( epatite C) e HBV.

Si tratta di pazienti che hanno scarsissimo accesso al Medico di Medicina Generale o allo Specialista infettivologo, gastroenterologo o internista, la cui assistenza, sia di base sia specialistica, è pertanto erogata quasi esclusivamente dai servizi per le Dipendenze, che svolgono un importante ruolo di presidio della salute individuale e pubblica, finalizzato anche a prevenzione, diagnosi precoce e avvio alla terapia specialistica delle patologie infettive.

Dai rilevamenti del Ministero della Salute e del Dipartimento Politiche Antidroga sui dati dell’anno 2010, emerge una tendenza, generalizzata nelle regioni italiane, alla riduzione dell’esecuzione dei test per l’infezione da HIV, HCV e HBV, sia tra i nuovi utenti che afferiscono ai servizi per le tossicodipendenze, sia tra quelli già in carico, che sono risultati negativi ai test precedenti e che hanno la necessità di essere ritestati almeno ogni 6-12 mesi.  

Considerando gli anni 2008-2010 in Piemonte, si osserva una riduzione dell’esecuzione dei test sierologici per HBV e HCV, mentre rimane stabile la proporzione di utenti testati per l’HIV.

Il 4,9% dei soggetti trattati era sieropositivo per HIV, il 30,7% era sieropositivo o vaccinato contro l’infezione da HBV e il 34% era sieropositivo per HCV: dati probabilmente sottostimati  a causa della bassa proporzione di soggetti sottoposti al test.

Escludendo i soggetti trattati per cannabis, tabacco, gioco d’azzardo patologico e disturbi alimentari, la proporzione di soggetti testati nel 2010 è del 53,4% per HIV , del 79,2 per HBV e del 62,6 per HCV.

“La strategia vincente per raggiungere l’obiettivo programmato è di aumentare il grado di accettabilità del test HIV per identificare precocemente i soggetti infetti e, se necessario, sottoporli ad adeguate terapie antivirali - commenta il Direttore regionale della Sanità, Sergio Morgagni - per questo intendiamo aumentare la diffusione di strumenti semplici, maneggevoli, di facile accesso e quindi ampiamente accettabili dalle persone, per l’esecuzione del test, come quello su fluido gengivale, che rappresenta un metodo più agevole di testare la sieropositività per HIV nei pazienti più difficili da raggiungere e trattare. Il prelievo di sangue, infatti, spesso rappresenta una barriera insuperabile per l’accesso al test”.

 Nel  mese di maggio incomincerà la formazione specifica di medici e infermieri dei SerD piemontesi, con incontri già previsti nelle giornate del 7 e del 14 maggio, per la presentazione del progetto agli operatori, e del 22 e 29 maggio per i moduli formativi sull’utilizzo del test rapido salivare.

Il Gruppo di lavoro regionale elaborerà anche protocolli e processi condivisi, per l’invio degli utenti alle strutture specialistiche di cura delle patologie correlate alla dipendenza e per la gestione del passaggio del paziente con abuso di sostanze dal carcere alla vita libera.

“Nella formazione degli operatori si punterà molto sulla necessità di un’incisiva azione di prevenzione primaria tra gli utenti dei SerD, non solo per le malattie infettive droga-correlate ma anche sessualmente trasmesse - commenta Emanuele Bignamini, direttore Dipartimento Dipendenze 1 ASL TO 2 - istruendoli a un’adeguata anamnesi dei comportamenti sessuali degli utenti e all’intervento con strumenti preventivi. Lo sviluppo e i risultati di tutta l’attività relativa al progetto di screening verranno raccolti in forma di report di avvio e a 6, 12 e 18 mesi e il Dipartimento Politiche Antidroga supporterà la pubblicazione e diffusione della ricerca. I risultati raggiunti consentiranno di adottare in modo definitivo le procedure sperimentate producendo i protocolli operativi idonei a garantire la massima sorveglianza infettivologica nei SerD e l’assistenza migliore ai pazienti, aumentandone l’accesso alle cure con servizi mirati, considerato che è stimato in carico solo 1/3 dei tossicodipendenti attivi”.

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